Startup europee intrappolate nella burocrazia: il 52% rinuncia a entrare in nuovi mercati Ue

Un’indagine su 155 fondatori rivela il peso insostenibile della frammentazione normativa: un quarto delle aziende valuta o ha già spostato la sede all’estero

Produce più startup degli Stati Uniti ogni anno, ma non riesce a trattenere una quota proporzionale di aziende tecnologiche di rilevanza globale: il problema dell’ecosistema dell’innovazione europeo non è la mancanza di idee o di capitale iniziale, ma un sistema normativo frammentato che trasforma il “mercato unico” in un labirinto burocratico. È quanto emerge da “The Realities of Scaling in Europe”, ricerca indipendente condotta da DutchBasecamp su 155 fondatori e operatori di startup in tutta Europa, i cui risultati sono stati presentati il 30 giugno ad Amsterdam.

Il dato più dirompente è questo: il 52% dei fondatori ha deciso di non entrare in un paese Ue a causa di preoccupazioni regolatorie o di compliance e quasi un quarto (24%) sta valutando o ha già effettuato uno spostamento della sede legale, principalmente per ragioni legate alla regolamentazione. La burocrazia non è solo un elemento di complessità del sistema o di rallentamento nelle procedure, però. È soprattutto una voce di bilancio pesantissima, che impegna più del 30% del budget operativo in attività di compliance secondo il 23% dei fondatori intervistati. Che significano, soprattutto per un’azienda in fase seed, soldi sottratti direttamente al prodotto e ai clienti. Come racconta un fondatore citato nel report: “Quando eravamo in pre-seed, abbiamo speso più soldi in avvocati per il GDPR che in marketing, mentre i nostri concorrenti si limitavano a scrivere codice e lanciarlo sul mercato”. Un altro imprenditore descrive la ricerca di un consulente legale: “Circa 2.000-3.000 euro solo per avere le basi in ordine, e da sei a otto settimane di lavoro”. Uno su tre (34%) ha effettuato assunzioni specifiche per gestire la compliance.

Il problema, sottolinea la ricerca, non è tanto la severità delle regole quanto la loro frammentazione: 27 interpretazioni nazionali delle regole Ue hanno trasformato il mercato unico in un patchwork di requisiti divergenti, con la conseguenza che scalare in Europa significa adattarsi a 27 diversi regimi fiscali e legislativi sul lavoro. Conseguenza: nell’ultimo anno, il 58% dei fondatori ha ritardato l’ingresso in un mercato, il 45% ha sospeso o cancellato funzionalità di prodotto e il 44% ha perso o ritardato accordi commerciali. Solo il 21% ha dichiarato di non aver subito alcun impatto materiale.

“Gran parte del costo non deriva dalla conformità in sé, ma dal non sapere cosa la conformità richiederà”. È una delle frasi più inquietanti riportata. I fondatori riferiscono di aver ridimensionato funzionalità, ritardato lanci e, in alcuni casi, riconsiderato dove crescere, spesso citando l’incertezza sugli obblighi futuri dell’AI Act, ancor prima che qualsiasi requisito li abbia formalmente vincolati. Il costo dell’incertezza è nascosto, ma devastante e alimenta ulteriormente, se ce ne fosse bisogno, il fenomeno della rilocazione. La fonte sono studi, citati nel report, della Banca Europea per gli Investimenti, che ha rilevato che circa una startup Ue su dieci si è rilocalizzata all’estero, l’85% delle volte negli Stati Uniti, mentre il Centro Comune di Ricerca della Commissione stima un tasso di rilocazione della sede per le startup supportate da venture capital tra il 3,3% e il 4,3%, dieci volte superiore a quello delle aziende non finanziate da VC, con gli Stati Uniti come destinazione nel 97% dei casi.

Sono dati, avverte il rapporto, che fotografano solo quello che è già accaduto: le decisioni di fermarsi, aspettare, guardare altrove vengono prese anni prima, per ragioni che i dati aggregati non catturano, ed è lì che si deve intervenire. Registrare un fallimento, una rilocazione, un rallentamento nelle fasi di crescita, non serve a far progredire il sistema. Significa solamente che affrontare il problema non è più procrastinabile, se è vero che il 24% dei fondatori sta valutando o ha già effettuato uno spostamento della sede per ragioni regolatorie. E come sottolinea il Joint Research Centre, quasi la metà delle rilocazioni avviene entro i primi tre anni di vita dell’azienda.

Cosa chiedono, allora, i fondatori? Certamente non mettono in discussione la conformità al GDPR, che anzi funziona come un asset commerciale e un marchio di fiducia, soprattutto rispetto ai concorrenti statunitensi. La necessità, è quella di ridurre, se non cancellare, il costo, l’imprevedibilità e la frammentazione attraverso norme più proporzionate, linee guida più chiare, maggiore riconoscimento reciproco tra Stati membri e un approccio più unificato all’implementazione della regolamentazione digitale nel mercato unico. Come sottolinea il rapporto, “la semplificazione deve affrontare non solo la burocrazia amministrativa, ma anche definizioni contrastanti, obblighi duplicati, applicazione frammentata e il modo in cui le future leggi digitali vengono progettate e implementate”.