L’ESNA Startup Ecosystem Outlook 2026 analizza dieci anni di dati comparabili sull’Unione Europea e sui principali ecosistemi startup mondiali, coprendo creazione d’impresa, crescita, occupazione, valutazioni e capitale di rischio
La European Startup Nations Alliance (ESNA) ha pubblicato il suo primo rapporto di intelligence basato sulla piattaforma dati dell’organizzazione. Nata nel 2021 durante il semestre di presidenza portoghese del Consiglio dell’Unione Europea, l’organizzazione, con sede a Lisbona, coordina l’attuazione degli “EU Startup Nations Standards of Excellence”, un’iniziativa volta a promuovere e armonizzare le politiche favorevoli alle startup in Europa. Gli otto standard su cui si basa il lavoro di ESNA riguardano: creazione rapida di startup e accesso agevole al mercato, attrazione e trattenimento dei talenti, stock option, innovazione nella regolazione, appalti per l’innovazione, accesso ai finanziamenti, inclusione sociale, diversità e protezione dei valori democratici e principio “Digital First”.
L’ESNA Startup Ecosystem Outlook 2026 pubblicato l’1 ottobre analizza dieci anni di dati comparabili sull’Unione Europea e sui principali ecosistemi startup mondiali, coprendo creazione d’impresa, crescita, occupazione, valutazioni e capitale di rischio e il quadro è quello di un ecosistema europeo che ha raggiunto una dimensione significativa e una crescente maturità, ma che continua a incontrare un ostacolo strutturale nel percorso verso la scala globale.
Il primo dato che salta agli occhi, è l’impatto occupazionale dell’ecosistema startup continentale, raddoppiato dalle circa 800.000 persone del 2015 all’1,6 milioni del 2025. Una crescita motivata anche dall’impatto del valore generato, con ricavi stimati nel 2025 per 141 miliardi di euro, per una valutazione complessiva di circa 1.000 miliardi di euro. L’Unione Europea si conferma pertanto il secondo mercato mondiale del capitale di rischio, anche se il volume degli investimenti resta pari a circa un sesto di quello statunitense.
Ed è proprio la scalabilità il fattore che meglio evidenzia il ritardo europeo. La percentuale di imprese che raggiungono la fase di scala, tra il 2015 e il 2025, ha rappresentato in media solo l’1,1% dell’ecosistema dell’Unione Europea, contro il 3,9% degli Stati Uniti. È un divario che indica che la differenza tra Europa e Stati Uniti non risiede tanto nella capacità di creare nuove imprese, quanto nella capacità di farle crescere e trasformarle in aziende di grandi dimensioni. Arthur Jordão, direttore esecutivo di ESNA, ha commentato che i dati “mostrano che l’Europa ha costruito una base di startup grande e sempre più matura, ma continua a convertire poche imprese in centauri e unicorni. La sfida è meno la creazione d’impresa e più il percorso della startup verso la scala globale”, e indicato tre direzioni d’intervento: rafforzare i mercati dei capitali nelle fasi avanzate, mobilitare gli investimenti istituzionali e aumentare la cooperazione transfrontaliera nel finanziamento.
Il divario di finanziamento tra Europa e Stati Uniti è cosa nota, e il report non fa che confermarne l’ampliamento progressivo con l’avanzare delle fasi di sviluppo. Nelle fasi iniziali (0-15 milioni di dollari), le startup americane raccolgono oltre il 35% in più rispetto alle europee, nel “breakout capital” (15-100 milioni) il divario si allarga e diventa infine particolarmente marcato nei round superiori a 100 milioni di dollari, dove i founder statunitensi raccolgono il 667% in più rispetto ai loro omologhi europei. Il rapporto, su dati 2023, è di tre a uno: le startup americane hanno attratto circa 150 miliardi di dollari di investimenti, contro circa 50 miliardi nell’UE.
Le differenze strutturali nei mercati dei capitali, nel contesto normativo e nella mentalità degli investitori tra USA ed Europa, nascono innanzitutto, secondo la lettartura più ad ampio raggio di ESNA, dalla frammentazione normativa che costringe investitori e startup a operare e confrontarsi con 27 giurisdizioni distinte, ciascuna con il proprio quadro legale e regolatorio, complicando ulteriormente la scalabilità transfrontaliera e aumentando i costi operativi. Basti pensare che dal 2019 sono state introdotte circa 13.000 nuove leggi, con conseguenti problemi di conformità. Ne consegue quella debolezza del panorama degli investimenti privati che riduce le opportunità di finanziamento nelle fasi di crescita e contribuisce al cosiddetto “scale-up gap”, spingendo le startup a trasferirsi altrove per trovare migliori opportunità.
Eppure, il rapporto evidenzia come, una volta raggiunta la fase di scala, le imprese europee mostrano performance assolutamente competitive, con i ricavi medi delle aziende europee classificate come “centauri” e “unicorni” che hanno addirittura superato nel 2025 quelli delle omologhe nordamericane. Il potenziale di crescita dell’Europa è solido, ma le condizioni per esprimerlo appieno non sono ancora pienamente allineate e il rischio è che questo potenziale trovi il proprio futuro in un altro continente.

