Lo screening del pianeta e le strategie di mitigazione non possono essere scelte di convenienza politica, ma devono basarsi su evidenze scientifiche
Nelle profondità del Mare di Ross, in Antartide, un gruppo di ricercatori ha recentemente scoperto un meccanismo con cui l’abisso oceanico assorbe e immagazzina grandi quantità di carbonio. È una di quelle notizie scientifiche che rischiano di passare inosservate nell’agenda dei media generalisti, ma che racchiude una lezione fondamentale per il nostro tempo: non conosciamo ancora del tutto il pianeta che stiamo trasformando.
Lo studio, condotto congiuntamente dall’Istituto per le Risorse Biologiche e le Biotecnologie Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Irbim) e dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), ha rivelato nello specifico per la prima volta che i microrganismi che popolano le acque profonde e buie del Mare di Ross, in Antartide, svolgono un ruolo attivo e finora sottovalutato nel ciclo del carbonio. La ricerca, pubblicata sulla rivista Communications Earth & Environment, dimostra che archaea nitrificanti (Nitrosopumilaceae) e batteri chemoautotrofi (SUP05 e SAR324) sono in grado di fissare il carbonio inorganico disciolto (DIC) anche in totale assenza di luce, utilizzando l’energia chimica.
Proiettando questi valori sull’intero volume delle masse d’acqua del Mare di Ross, i ricercatori hanno stimato che il carbonio fissato nel buio degli abissi equivale a circa il 5% del sink annuale di CO₂ di questo mare, un contributo tutt’altro che trascurabile e fino ad oggi non considerato nei modelli del ciclo del carbonio. Secondo gli autori, non tenere conto di questo processo potrebbe portare a sottostimare la capacità di assorbimento di CO₂ del Mare di Ross, una delle regioni oceaniche più produttive del pianeta e un sito chiave per la formazione di acque profonde che influenzano la circolazione termoalina globale.
Questa ennesima scoperta mette in luce un punto politico inderogabile: per analizzare e affrontare davvero il cambiamento climatico, l’unica bussola affidabile è la scienza. Siamo bloccati in un paradosso drammatico. Da un lato assistiamo ancora, in alcuni contesti della politica internazionale, a forme più o meno esplicite di negazionismo climatico. Dall’altro, dove il problema viene formalmente riconosciuto, le azioni concrete faticano a partire o si riducono a compromessi al ribasso, dettati dalle scadenze elettorali di breve termine.
La verità è che lo screening del pianeta e le strategie di mitigazione non possono essere scelte di convenienza politica, ma devono basarsi su evidenze scientifiche. La politica ha il dovere di fare un passo indietro sull’ideologia e un passo avanti verso la tecnica. È il momento che i decisori politici si affidino agli scienziati, agli oceanografi, ai climatologi e ai tecnici, trasformando i dati in decisioni e le proiezioni in piani di adattamento reali.
Riconoscere il ruolo della scienza a parole non basta più. Occorrono risorse finanziarie, se vogliamo davvero dotarci degli strumenti per navigare le crisi dei prossimi decenni, e la politica internazionale deve guidare un investimento senza precedenti per formare le nuove generazioni di ricercatori, tecnici e cittadini dotati di pensiero critico e competenze ecologiche oltre che sulla ricerca di base e applicata. Inoltre è doveroso investire sulle smart-up dell’ecosistema dell’innovazione, è il momento di mettere letteralmente una “chip” sul talento giovanile e sulle realtà d’impresa che sviluppano tecnologie pulite, sistemi di monitoraggio avanzati e soluzioni circolari.
Finanziare la ricerca rappresenta oggi l’investimento strategico più importante che un Paese possa fare per la propria sicurezza ed economia, mentre ignorare la scienza o definanziare la ricerca ha un costo che non si misura soltanto in gradi Celsius in più, ma nella vita di tutti i giorni. Il cambiamento climatico si traduce ormai in eventi estremi, siccità che mettono in ginocchio l’agricoltura, innalzamento dei mari, danni alle infrastrutture e nuove disuguaglianze sociali ed economiche.
Il clima è diventato la matrice delle principali questioni sociali del XXI secolo. Far finta di niente o procedere a tentoni senza mappa significa condannare i cittadini a subirne le conseguenze più severe. È ora che la politica smetta di rincorrere le emergenze e cominci a costruire il futuro, ascoltando chi il pianeta lo studia ogni giorno.

