A dispetto di un contesto globale segnato da tensioni geopolitiche, shock energetici e volatilità dei mercati, l’economia verde continua a crescere a ritmi impressionanti
Per la prima volta nella storia, la capitalizzazione di mercato dell’economia verde ha superato la soglia dei 10.000 miliardi di dollari, toccando il traguardo nel quarto trimestre del 2025, nonostante un contesto globale segnato da tensioni geopolitiche, shock energetici e volatilità dei mercati: è quanto calcola il settimo rapporto annuale di LSEG (London Stock Exchange Group) “Investing in the Green Economy 2026: Resilience and Reacceleration”, che analizza l’evoluzione del settore green attraverso dati proprietari su oltre 21.000 società quotate a livello globale. Se considerata come un settore industriale a sé stante, l’economia verde supera il settore sanitario (Health Care) diventando la terza industria mondiale per capitalizzazione, preceduta solo da Tecnologia e Beni Industriali e rappresenta oggi circa il 9,9% delle società quotate a livello globale.
L’accelerazione è partita nel 2025, quando i ricavi generati da prodotti e servizi green sono cresciuti del 5,3%, il tasso più elevato dal 2022 e la crescita è stata diffusa su base sempre più ampia, con un’espansione dei ricavi in 99 delle 133 categorie di prodotti e servizi green monitorate, trainate da efficienza energetica, attrezzature per i trasporti e rinnovabili.
Quello che rende ancor più solido questo incremento, è proprio la stabilità finanziaria del settore: nonostante le turbolenze dei mercati, le azioni green hanno dimostrato una notevole resilienza. L’indice FTSE Environmental Opportunities All Share (EOAS), che seleziona le aziende con almeno il 20% di ricavi green, ha registrato una performance relativa superiore del 12,4% rispetto al mercato globale nei 12 mesi terminati ad aprile 2026 e ancora più significativo è il dato di lungo periodo, perché dal 2008, l’indice EOAS ha sovraperformato il mercato globale del 133%, con una crescita della capitalizzazione dell’economia verde a un tasso annuo composto del 18%, contro il 12% del mercato complessivo.
Il settore delle energie rinnovabili, storicamente considerato tra i segmenti più deboli dell’economia verde, ha capovolto addirittura la situazione nel 2026, diventando il segmento con le performance più forti, superando persino il settore dell’Energy Management e dell’Efficienza Energetica, proprio a causa della crescente domanda di elettricità alimentata dall’intelligenza artificiale e dai data center, che sta rendendo sempre più strategiche le infrastrutture energetiche green. Anzi, lo shock energetico in corso potrebbe addirittura accelerare questa transizione, evidenziando i benefici in termini di scalabilità e sicurezza energetica offerti dalle tecnologie verdi.
Il rapporto dedica quindi un’analisi approfondita alle fusioni e acquisizioni (M&A) nel settore green, combinando i dati sui ricavi green con il database Deals Intelligence di LSEG, che copre oltre 1,5 milioni di transazioni. Negli ultimi dieci anni, il valore cumulato delle operazioni di M&A green ha raggiunto i 4.100 miliardi di dollari, pari al 13,4% dell’attività globale di M&A. Nel solo 2025, le operazioni green hanno totalizzato 308 miliardi di dollari, tendendo inoltre a essere di dimensioni maggiori rispetto a quelle non-green, attestandosi il valore medio di un deal green, tra il 2023 e il 2025, a circa 257 milioni di dollari, contro i 150 milioni delle operazioni tradizionali, riflettendo la natura capital-intensive degli asset green come le energie rinnovabili, le reti elettriche e le batterie. Uno dei risultati più rilevanti dell’analisi è che l’M&A green è guidato principalmente da aziende che già generano ricavi green, che acquisiscono target con analoghi profili di sostenibilità, mentre solo il 4% circa degli acquirenti non-green acquisisce asset green, una percentuale rimasta sostanzialmente stabile nell’ultimo decennio. Ciò suggerisce che l’M&A green sia attualmente guidato più dalla consolidazione e dal scaling di imprese già verdi che da una vera e propria transizione delle aziende tradizionali.
Per chi investe nel green, inoltre, la buona, ottima notizia è che non esiste un trade-off tra redditività e sostenibilità, anzi. L’analisi della relazione tra margini EBITDA e ricavi green mostra che le aziende con oltre il 50% di ricavi green registrano, in media, margini superiori di 2-4 punti percentuali rispetto ai competitor non-green dello stesso settore, un profilo di redditività che varia significativamente per settore: in Real Estate e Utilities, le aziende con maggiore esposizione green generano margini superiori alla mediana di settore, suggerendo che i ricavi green in questi settori sono già associati a profili di margine EBITDA più forti, mentre in settori come Energia e Automobili, il profilo di marginalità delle aziende con ricavi green più elevati risulta più debole.
Infine, anche il mercato dei green bond ha raggiunto un nuovo record nel 2025, con emissioni pari a 605 miliardi di dollari, in crescita del 5,7% rispetto all’anno precedente. Il totale in circolazione ha superato i 3.300 miliardi di dollari entro la fine del primo trimestre del 2026. Le aziende corporate hanno rappresentato i due terzi delle emissioni (68%), in aumento rispetto al 64% del 2024 e l’Europa si conferma il principale emittente, mentre la regione Asia-Pacifico registra la crescita più rapida (+42% anno su anno), trainata da condizioni di finanziamento più favorevoli e da un rafforzamento del supporto normativo, tra cui la politica di transizione Green Transformation (GX) del Giappone e la tassonomia verde aggiornata della Cina. Una tendenza verso la rivoluzione verde che vede l’Asia, seppur ancora estremamente dipendente dai combustibili fossili (la Cina consuma il 58% del carbone mondiale) diventare la principale destinazione degli investimenti in energia pulita, mentre gli Stati Uniti dominano ancora per capitalizzazione di mercato (57% del totale globale), nonostante le politiche federali si siano allontanate dall’agenda green con un focus crescente sulla produzione nazionale di petrolio e gas e l’Europa manifesta sempre più un cambiamento strutturale verso la diversificazione delle fonti energetiche e la transizione pulita a seguito del conflitto Russia-Ucraina.

