Legambiente evidenzia sia elementi positivi che punti critici nel piano licenziato dal Governo, richiedendo ulteriori strumenti e una visione strategica a più largo raggio
Dopo mesi di attesa, il Consiglio dei Ministri ha approvato il Piano Sociale per il Clima (PSC), documento con cui l’Italia intende tradurre in politiche concrete i fondi europei destinati a sostenere famiglie e imprese vulnerabili nella transizione ecologica, un piano che ora dovrà essere valutato dalla Commissione europea e che mette sul tavolo 9 miliardi di euro.
Legambiente evidenzia sia elementi positivi che punti critici nel piano licenziato dal Governo. Innanzitutto, il posizionamento centrale delle famiglie e delle imprese più esposte agli shock energetici è visto come elemento di partenza positivo per un ragionamento a largo raggio, con la scelta di destinare un sostegno specifico alle famiglie che vivono in edilizia pubblica, segmento spesso trascurato dalle politiche di riqualificazione e l’attenzione alla promozione dell’elettrificazione dei consumi viene considerata “idealmente coerente” con gli obiettivi di riduzione dei consumi e di uscita dalla dipendenza dal gas. Anche per quanto riguarda la mobilità, un passo avanti viene ritenuto l’obiettivo dichiarato di realizzare un’alternativa all’auto privata attraverso una combinazione di sostegno economico, nuovi servizi, mezzi a basse emissioni, intermodalità e digitalizzazione.
Tuttavia, le criticità restano, secondo l’associazione ambientalista, ancora importanti, partendo dalla riqualificazione energetica degli edifici, per la quale il Piano prevede un contributo pubblico pari al 65% del costo degli interventi, percentuale ritenuta troppo bassa e arrivando al problema molto concreto rappresentato dal previsto sostegno per l’aumento della potenza del contatore, necessario per installare pompe di calore e pannelli, che non considera la conseguenza economica dell’incremento dei costi fissi in bolletta, che secondo alcune fonti potrebbe arrivare fino a 80 euro all’anno.
Ma il capitolo più critico è ancora la mobilità, anche se destinataria della quota più consistente delle risorse (il 49%), un importo ritenuto comunque non adeguato all’obiettivo di trasformare lo split modale e creare una valida alternativa all’auto privata entro il 2027, mentre la mobilità collettiva è in sofferenza per i tagli strutturali al Fondo nazionale per il trasporto e sullo sharing coesistono messaggi contrastanti, tra un potenziamento annunciato della sharing mobility che mal si concilia con la “parallela guerra ai monopattini in sharing” avviata dalla riforma del codice della strada.
Un giudizio di Legambiente severo, ma alla fine non pregiudiziale, perché il Piano contiene misure positive, che devono però essere accompagnate da ulteriori strumenti e da una progettualità vasta e una visione strategica che guardi a politiche strutturali in tema di edilizia e mobilità che non renda i 9 miliardi di euro (che pure ci sono) un fondo utilizzato più per misure-spot che per programmi a lungo raggio.

