Con 475 eventi diffusi in tutta la città, la quarta edizione conferma Roma come laboratorio di innovazione aperta. Mentre le startup si preparano alla finale europea, la Regione presenta il bando da 55 milioni che punta a trasformare la ricerca in filiere industriali
La quarta edizione di Rome Future Week si è chiusa con i numeri di una manifestazione ormai consolidata nel panorama nazionale, grazie a 85.000 partecipanti, oltre 475 appuntamenti in sette giorni, 11 Future Hub distribuiti in tutta la città, ma soprattutto lancia un segnale inequivocabile: oltre a uno spazio in cui l’ecosistema laziale si rende visibile a se stesso, è la rappresentazione di un sistema che supera finalmente la frammentazione che tradizionalmente penalizza Roma. L’innovazione regionale, a partire da eventi con un tale impatto, sembra finalmente coagularsi in una rete stretta di connessioni tra imprese, startup, università e istituzioni. Il salto dell’edizione 2026 dedicata al tema “Materia Prima” è evidente: 475 appuntamenti in una sola settimana rappresentano oltre la metà degli eventi totalizzati nei primi tre anni, con un programma che ha attraversato IA, space economy, salute, cybersecurity, cinema, mobilità e rigenerazione urbana.
E se il mondo startup è stato grande protagonista, con la European Startup Pitch Session ospitata il 22 e 23 settembre presso Zest Hub alla Stazione Termini e la presentazione delle 12 startup finaliste della quarta edizione di AcceleraImpresa, il programma di accelerazione di Roma Capitale e della Casa delle Tecnologie Emergenti, sono gli eventi dei grandi stakeholder nazionali a dare la giusta dimensione dell’impatto che ha avuto l’evento 2026, con Banca d’Italia che ha portato il progetto dell’euro digitale, FiberCop ha organizzato talent day per le nuove competenze sulle reti, NEXTCHEM ha discusso chimica verde e decarbonizzazione e la Fondazione MSD ha coinvolto gli under 30 in un buildathon sulla prevenzione. Non ultimo, il PR FESR Lazio ha raccontato, in tre giornate dedicate, come i fondi europei stanno trasformando cinema, quartieri e mobilità. Una edizione “corale, pervasiva e impattante”, l’ha definita Michele Franzese, fondatore della manifestazione, fornendo la giusta linea interpretativa su quale sia la direzione in cui l’ecosistema si sta muovendo.
A pochi giorni dalla chiusura della RFW, il 9 ottobre, l’ulteriore conferma che il sistema sta ragionando sempre più, appunto, come sistema. Il Bando Filiere Tecnologiche presentato dalla Regione Lazio, uno strumento da 55 milioni di euro che segna già per impatto economico un cambio di paradigma nelle politiche regionali per l’innovazione, introduce un meccanismo che affronta direttamente la frammentazione romana. Non si finanziano più singole imprese o progetti isolati, ma si richiede esplicitamente la costruzione di una filiera, con il bando introduce la figura del “Soggetto Cardine”, una grande impresa o un organismo di ricerca, che deve presentare progetti sviluppati da una rete di PMI del Lazio. Ogni proposta deve includere almeno quattro progetti di sviluppo sperimentale, con spese ammissibili complessive non inferiori a 5 milioni di euro.
I dati confermano questa fragilità di fondo che si prova a superare con tali iniziative: Roma ha uno dei punteggi più bassi per qualità del network (5,9 su 10) e trasferimento tecnologico (5,6 su 10), con gli operatori che denunciano una “grossa frammentazione tra i protagonisti dell’ecosistema”. “In passato, abbiamo avuto difficoltà a spendere i fondi per l’innovazione, perché i bandi erano destinati alle PMI, ma per mettere a terra questi fondi è necessario che tutta la filiera si attivi. Nella filiera, ciascuno è funzionale all’altro, dalla grande alla micro impresa”, ha dichiarato Roberta Angelilli, vicepresidente della Regione.
Il bando si concentra sui settori deep tech della Strategia di Specializzazione Intelligente regionale, dalle Biotecnologie all’Aerospazio, al Digitale e Intelligenza Artificiale, in allineamento con le tecnologie critiche individuate dalla piattaforma europea STEP e interviene a dare logica a una realtà in piena crescita, perché Roma è prima in Italia per fondi europei Horizon 2020 attirati (776 milioni) e ha la più alta concentrazione di ricercatori pubblici del Paese, la Sapienza è il più grande ateneo d’Europa, la Tiburtina Valley ospita 250 aziende dell’aerospazio con 23.500 occupati ad alta specializzazione, ma il venture capital privato resta marginale, attestandosi solamente a 295 milioni in cinque anni, contro oltre 4 miliardi a Milano. Il problema, come ha spiegato ancora Franzese, non è la quantità di ricerca prodotta, ma la qualità delle connessioni tra gli attori: “Quando università, imprese e capitale non interagiscono in modo stabile, la conoscenza resta nei laboratori e fatica a trasformarsi in imprese e crescita economica” e il bando Filiere Tecnologiche è, esattamente, un tentativo di costruire quelle connessioni.
Perché la vera novità del bando e della visione scaturita da Rome Future Week 2026, al di là delle cifre è nella condizionalità come punto di partenza per costruire innovazione: senza una filiera reale, non si accede ai fondi e tutti gli attori devono sedersi allo stesso tavolo, condividere obiettivi e costruire relazioni stabili. L’obiettivo è cambiare il modo in cui il Lazio (e probabilmente anche il resto della Nazione, con poche eccezioni nel Nord) fa innovazione: le eccellenze isolate vanno inserite in un sistema capace di trattenere valore, imprese e capitale umano.

