Da Singapore arriva l’AI viva che si nutre di zucchero

Il primo data center biologico al mondo, alimentato da 16 milioni di neuroni umani vivi, è stato inaugurato a Singapore, spostando il paradigma dai chip di silicio alle cellule in coltura, assottogliando sempre più il confine tra vita e macchina

Presentato ufficialmente il 17 agosto a Singapore, il prototipo del primo “server rack” al mondo a essere alimentato da neuroni umani vivi, frutto della collaborazione tra la Yong Loo Lin School of Medicine della National University of Singapore (NUS Medicine), il gigante delle infrastrutture digitali DayOne e la startup australiana Cortical Labs, è un sistema è composto da 20 unità di calcolo biologico chiamate CL1 che ospitano circa 800.000 neuroni l’una, per un totale stimato di circa 16 milioni di cellule che fungono da veri e propri processori biologici.

La sperimentazione di Singapore propone in definitiva un data center che, per funzionare, va nutrito con zuccheri e micronutrienti, con un funzionamento abbastanza semplice: i neuroni, derivati da cellule staminali umane pluripotenti, vengono posizionati su una piattaforma di silicio cosparsa di microelettrodi che agiscono come un’interfaccia bidirezionale inviando segnali elettrici (gli input) alla rete neurale e registrandone le risposte (gli output), proprio come si farebbe con un tradizionale chip, ma con la differenza sostanziale che la materia vivente non esegue semplicemente istruzioni, le elabora e si adatta. A supervisionare il tutto c’è il sistema operativo biOS, che permette al software di interagire con la rete neurale in tempo reale. “A differenza dell’uso di reti neurali artificiali, noi coltiviamo i nostri veri neuroni biologici in reti, su chip per computer,” ha spiegato il fondatore e CEO di Cortical Labs, Hon Weng Chong, citato da Reuters in occasione del Mobile World Congress di Barcellona.

La sfida è soprattutto energetica. Di fronte alla voracità di elettricità dei server tradizionalie, dove un tradizionale chip Nvidia H100 Sxm consuma oltre 700 Watt a pieno regime e un server con otto di questi chip può arrivare a richiedere 10.200 Watt, ogni unità CL1 ne consuma appena 30, compresi i sistemi di supporto vitale, per un consumo di un rack completo tra gli 800 e i 1.000 Watt. Inoltre, i neuroni, mantenuti a una temperatura ideale di 37 gradi, non necessitano dei costosi e ingombranti sistemi di raffreddamento che dominano i data center di oggi.

Ma i neuroni sono vivi, e quindi devono essere nutriti. Ecco allora che alla voce costi di manutenzione compaiono cocktail di zuccheri, micronutrienti e soluzioni tampone che vengono somministrati ogni tre giorni da tecnici di laboratorio, mentre un miscelatore di gas fornisce anidride carbonica, ossigeno e azoto. Il tutto per l’intera vita dei neuroni, che in questo contesto si esaurisce dopo circa sei mesi, quando le colture devono essere sostituite.

La sperimentazione è ancora lontana dall’applicazione su larga scala, poiché la velocità di calcolo e la ripetibilità dei processi biologici sono attualmente inferiori ai server in silicio, rendendoli inadatti per i grandi modelli linguistici come ChatGPT, ma il data center biologico di Singapore rappresenta molto più di un esperimento tecnologico, aprendo la prospettiva su un’inquietante e affascinante sintesi tra macchina e vita che pone questioni più di etica che di tecnica, di confine tra due mondi che nella sua costante ridefinizione diviene sempre più inconsistente…