Il report Dealroom 2026 segna il sorpasso del valore “costruito in Italia” su quello generato all’estero

“State of Italian Tech 2026”, realizzato da Dealroom.co con Wave by Vento, certifica un cambio di passo: le aziende VC-backed italiane valgono 96 miliardi di dollari, l’Italia è ottava in Europa per round da 15–100 milioni e Bending Spoons guida le exit europee con 18 miliardi. Ma il finanziamento resta concentrato e l’early stage arranca

L’Italia del venture capital è un ecosistema da 96 miliardi di dollari, quasi 30 miliardi in più rispetto ai 66 di fine 2025. Il dato, il più alto mai registrato, emerge dallo “State of Italian Tech 2026”, il rapporto annuale pubblicato il 19 ottobre 2026 da Dealroom.co insieme a Wave by Vento e presentato a Torino, in occasione della kermesse, dal fondatore e CEO di Dealroom, Yoram Wijngaarde.

Il sorpasso storico è quello del valore costruito in Italia, che finalmente supera quello esportato, superando la narrativa sull’innovazione italiana di anni incentrata sul tema della “fuga dei cervelli” e delle startup, forte del dato dei 31 su 45 unicorni fondati da italiani nati e cresciuti all’estero. Il 2026 segna allora un’inversione simbolica, ma anche sostanziale, grazie soprattutto a Bending Spoons, che porta il valore degli unicorni “costruiti in Italia” a 58 miliardi di dollari, superando per la prima volta i 42 miliardi generati fuori dai confini nazionali. Il report interpreta questo segnale come l’inizio di un effetto flywheel: le exit, i capitali e le competenze che rientrano nel Paese iniziano a fertilizzare il terreno per la prossima generazione di imprese.

Significa che la capacità di attrarre capitali nella fascia più critica per la scala, i round da 15 a 100 milioni di dollari, definiti breakout capital, l’Italia si consolida e cresce, fino a salire all’ottavo posto in Europa, contro il quindicesimo del 2021, chiaro segno che finalmente il mercato italiano sta imparando a sostenere le aziende nella fase di espansione, non solo a seminarle, in particolar modo nel B2B software (32% della distribuzione dei round), biotecnologie e life sciences (12%) e intelligenza artificiale (12%), che dominano le operazioni superiori ai 15 milioni nel triennio 2024–2026, mentre sul fronte dei singoli deal, Domyn guida la classifica con un round da 358 milioni di dollari, seguito da Bending Spoons e Exein, entrambi con operazioni da 270 milioni.

Ma se la vetta dell’ecosistema sembra in crescita e gode di sempre migliore salute, il vero malato del sistema resta alla base, perché i capitali si concentrano su poche aziende già capaci di attrarre ticket elevati, mentre le fasi iniziali restano sottofinanziate e non è un caso che, in termini di venture capital pro capite, l’Italia resti marginale. Nel periodo 2021–2025 il capitale di avviamento pro capite è stato solo il 14% di quello statunitense, il breakout capital il 4% e lo scale-up capital appena il 2%. Il mercato resta fortemente concentrato quindi, con un early stage ancora dipendente da capitali esteri o da pochi investitori nazionali, e con un rapporto tra PIL e valore VC tra i più bassi d’Europa.

Eppure, come dimostrato dal recente studio dell’Ufficio Europeo dei Brevetti (EPO), la profondità tecnologica, anche in Italia, non manca. E quando riesce a uscire dalla ricerca e a divenire realtà imprenditoriale, produce numeri interessanti: sono infatti 94 le startup deep tech che detengono brevetti di alto valore per un controvalore complessivo di 1,3 miliardi di dollari e il settore ingegneristico italiano mostra una densità di brevetti 2,5 volte superiore alla media europea. Fino ad arrivare ad affermazioni di livello globale con la prima grande exit italiana, quella di Bending Spoons, che guida le uscite europee dell’anno con una valutazione di 18 miliardi di dollari, davanti a Quantinuum e Hugging Face.

Le previsioni per l’intero 2026 sono quindi positive, e indicano investimenti VC per 1,6 miliardi di dollari, un dato leggermente inferiore al 2025, ma che non sorprende dopo l’euforia post-pandemica, con un mercato europeo e globale che sta normalizzando i valori. La differenza, per l’Italia, è che il valore complessivo dell’ecosistema continua a crescere anche a fronte di un flusso di capitale stabile o in leggera contrazione, segno che le aziende già finanziate stanno aumentando di valore, e che le exit iniziano a pesare nei saldi aggregati.

Per trasformare però il flywheel in un ciclo virtuoso stabile, conclude il report, Italia ed Europa devono affrontare alcuni nodi strutturali che non possono essere più rimandati, a rischio di divenire poi irrecuperabili nei confronti di attori quali Stati Uniti e Cina. Il mercato dei capitali è ancora troppo frammentato, le regole di insolvenza eccessivamente punitive e la mobilità societaria penalizza le startup nel passaggio da una giurisdizione all’altra. La proposta rilanciata nel documento è quella di armonizzare i diritti societari europei entro 100 giorni, attraverso una lettera aperta che chiede un quadro unico per le società innovative. Per l’Italia in particolar modo, il punto è quanto in fretta il sistema saprà allargare la base, finanziare le fasi iniziali e trattenere i campioni di domani, facendo il modo che e il primo anno in cui il valore costruito in Italia supera quello costruito altrove diventi una costante e non sia un’eccezione.