Nomine CDP Venture Capital in stallo e incentivi fiscali scaduti. Il rischio è la fuga all’estero delle startup
Da una parte un ecosistema in processo di consolidamento che mostra però difficoltà a crescere soprattutto nei capitali, dall’altra quegli strumenti e quegli istituti che dovrebbero incidere proprio sul reperimento dei capitali e sul sostegno economico a startup e PMI fermi. Il paradosso dell’ecosistema dell’innovazione italiano rischia di produrre un effetto boomerang che potrebbe portare le imprese più innovative e d’avanguardia all’estero per ricercare fodni, velocizzazioni normative e vantaggi fiscali.
Perché se è vero che i dati dei primi nove mesi del 2026 ci mostrano un venture capital in crescita, con investimenti saliti a 1,465 miliardi di euro contro gli 855 milioni dello stesso periodo del 2025 secondo l’Osservatorio Trimestrale realizzato da Italian Tech Alliance e Growth Capital, lo stallo politico che tiene in regime di proroga i vertici di CDP Venture Capital e il mancato rinnovo dell’incentivo fiscale del 30% per chi investe in startup e PMI innovative, scaduto il 31 dicembre 2025 senza un ponte transitorio rischiano di convergere verso un unico effetto: l’indebolimento della capacità del Paese di attrarre capitali di rischio e di trattenere i migliori progetti imprenditoriali.
La partita delle nomine di CDP Venture Capital, il veicolo di Cassa depositi e prestiti dedicato a startup e scaleup, è ferma da mesi e i vertici guidati dall’amministratore delegato Emanuele Levi operano in regime di proroga a causa dei veti incrociati e dei mancati accordi tra Ministero dell’Economia, Ministero delle Imprese e del Made in Italy e Palazzo Chigi. Nel frattempo, le liste per il rinnovo del consiglio di amministrazione, su cui devono esprimersi CDP Equity (al 70%) e Invitalia (al 30%), restano in attesa del via libera definitivo del MEF. La conseguenza è che una delle principali leve pubbliche per il finanziamento dell’innovazione naviga a vista, in un momento in cui la manovra di bilancio destina risorse scarse al settore. A complicare il quadro si aggiunge la questione della dote italiana per la European Tech Champions Initiative, perché mancando nuove risorse pubbliche, la quota da 100 milioni di euro dovrà essere recuperata tagliando la disponibilità dei fondi già assegnati a CDP Venture, con un effetto a catena sui co-investimenti privati.
Sul fronte fiscale, la situazione è altrettanto critica. Dal 1° gennaio 2026, la detrazione ordinaria del 30% per gli investimenti in startup e PMI innovative ha cessato di essere applicabile, perché la misura era legata a un’autorizzazione europea in materia di aiuti di Stato, è scaduta il 31 dicembre 2025. Il rinnovo richiede un via libera da Bruxelles che stenta ad arrivare e la perdita del beneficio, unitamente all’incertezza giuridica in merito alle operazioni effettuate nel periodo intermedio fino alla nuova autorizzazione, crea il classico “cliff effect” regolatorio, cioè un deciso calo dell’aspettativa di stabilità su cui si fondano le decisioni di allocazione del capitale di rischio. Soluzioni ponte che avrebbero dato maggiore sicurezza agli investitori, al momento, non sono state ancora definite.
Si tratta di un’incertezza che ha già iniziato a far vedere numeri preoccupanti sopprattutto in quell’ambito in cui il capitale di rischio è veramente di rischio: i round pre-seed e seed nel primo trimestre 2026 si sono quasi dimezzati in numero (-48,3%) e ridotti di quasi l’80% in volume, passando da 99 milioni di euro su 60 operazioni a 21 milioni su 31 operazioni. La leva fiscale aveva svolto una funzione di “market enabler” proprio in queste fasi, riducendo l’asimmetria tra rischio percepito e rendimento potenziale in un mercato storicamente sottocapitalizzato come quello italiano. Ora le fasi iniziali, quelle in cui il capitale dei business angel e degli investitori informali è decisivo per trasformare un’idea in un’impresa, senza alcuna certezza non attirano investitori, che preferiscono virare su realtà consolidate che assicurano una gestione del rischio migliore.
Ma la prospettiva peggiore è quella che riguarda gli effetti di una combinazione tra governance sospesa e incentivi venuti meno che potrebbe compromettere il sistema di finanziamento di startup e PMI al di là del periodo congiunturale determinato dallo stallo nelle nomine in CDP e dal ritardo dell’autorizzazione da Bruxelles. Il timore è che il capitale informale, quello dei business angel, dei family office e degli investitori retail evoluti, scelga (definitivamente) giurisdizioni considerate più stabili e prevedibili, facendo mancare al venture capital nazionale proprio quella massa critica di capitali privati in grado di compensare l’assenza di una leva pubblica. Se gli investitori early stage spostano l’attenzione verso mercati dove il quadro normativo è più lineare, il rischio non è solo di vedere meno nuove imprese finanziate oggi, ma di compromettere la pipeline futura. Non è un problema di competenze né tantomeno di idee, ma di intercettare, o mancare, il momentum in cui quelle idee hanno bisogno di capitale per crescere, offrendo loro un quadro normativo, fiscale e di investimenti stabile. Che tarda troppo ad arrivare…

