Oxford, Cambridge ed ETH Zurigo sono i migliori poli europei nella trasformazione della ricerca in imprese finanziabili
Il successo del tech transfer universitario parla inglese, con due università ai primi due posti nell’European Spinout Report 2025, lo studio realizzato da Dealroom.co in collaborazione con Atlantic, MITO Technology, Cambridge Innovation Capital, Northern Gritstone e Oxford Science Enterprises e dedicato alla capacità degli atenei europei di generare spin-out sostenuti da venture capital, offrendo una fotografia chiara di un ecosistema in cui solo pochi player eccellono.
Quando una scoperta esce dal laboratorio, trova una forma industriale, attira capitale e regge la prova del mercato si può dire che il passaggio dalla fase di studio e ricerca a quella di messa in opera e di business sia veramente completato. Brevetti e nuove società restano passaggi importanti, ma non bastano a descrivere la capacità di un ateneo di generare imprese durevoli. La filiera che porta la ricerca a creare società che entrano da protagoniste nel mercato dell’innovazione globale vede Oxford, Cambridge e l’ETH di Zurigo a guidare la scena europea.
Si tratta di un mercato estremamente vivace e in grande espansione: le spin-out accademiche europee in ambito Deep Tech e Life Sciences hanno creato un valore complessivo di 398 miliardi di dollari, generando oltre 160.000 posti di lavoro e più di 7.300 startup, con 76 di queste aziende che hanno raggiunto valutazioni da oltre 1 miliardo di dollari o ricavi superiori ai 100 milioni di dollari. Nel 2025, gli investimenti in questo settore hanno raggiunto i 7,9 miliardi di dollari, con una proiezione di 9,1 miliardi entro fine anno.
Regno Unito e Svizzera rappresentano l’eccellenza, con al vertice l’University of Oxford, prima in Europa per spin-out finanziati da VC e valore creato, seguita dall’University of Cambridge e dall’ETH Zurich, con un modello considerato il “gold standard” per i venture capitalist. Il Regno Unito guida pertanto per creazione di valore complessivo, mentre la Svizzera è prima su base pro capite, seguita da Danimarca, Svezia, Regno Unito, Finlandia e Belgio.
Ed è proprio il modello svizzero a costituire un caso di studio importante secondo tutte le rilevazioni. Il 2026 European Deep Tech Report, pubblicato da Lakestar, Walden Catalyst e Dealroom, conferma infatti l’ETH Zurich come primo ateneo al mondo per numero di alumni fondatori di deep tech startup, grazie a un modello di trasferimento tecnologico tra i più avanzati e founder-friendly d’Europa. L’ETH, in particolare, adotta un approccio filosoficamente diverso di take di equity trascurabili e focus sull’assegnazione della proprietà intellettuale senza attriti, secondo la logica che un founder fortemente diluito non avrà mai la motivazione per portare avanti un percorso di commercializzazione decennale.
Il rapporto di Dealroom è importante anche perché definisce la specificità del tech transfert universitario, i cui settori di maggiore impatto sono Fotonica e Quantum, overwhelmingly (in modo schiacciante) guidate dalla ricerca, con la maggior parte delle startup che nascono come spin-out accademiche, così come anche Energia, Biotech e Semiconduttori mostrano una dipendenza superiore alla media dalla ricerca accademica. Asset ancora di frontiera che attestano come la ricerca universitaria, all’interno dell’ecosistema dell’innovazione continentale, rappresenti la posizione più avanzata e avveniristica.
Tuttavia, il rapporto evidenzia la problematica del funding gap nelle fasi di crescita, perché quasi il 50% dei finanziamenti late-stage per le spin-out europee deep tech e life sciences proviene da fuori Europa, principalmente dagli Stati Uniti, spostando di fatto parte del valore creato a partire da investimenti pubblici nella ricerca verso altri player e altri mercati. Il problema emerge chiaramente anche nelle dinamiche negoziali con gli uffici di trasferimento tecnologico (TTO). Mentre Oxford ha recentemente riformato il suo approccio, riducendo la richiesta di equity dal 50% a una forchetta del 10-20%, il modello di Cambridge viene descritto come “pragmatico” ma gravato da royalty aggressive che possono penalizzare la crescita delle startup.
È quindi il modello di crescita e di uscita della ricerca dagli atenei la chiave di volta del settore, e proprio su questa disparità tra le nazioni di modelli emergono sorprese come quella, in negativo, della Germania, dove atenei di altissimo profilo come la TU Munich, producono un numero sorprendentemente basso di startup di successo rispetto a Regno Unito e Francia, proprio a causa di problematiche dovute a mancanza di strutture di trasferimento tecnologico mature, barriere burocratiche e un sistema fiscale che non incentiva l’imprenditorialità accademica.
La situazione dell’Italia viene definita invece come quella di un sistema ancora “emergente”, sebbene caratterizzato da una crescita significativa e da tassi di sviluppo superiori alla media europea. Dal 2020, secondo i dati elaborati da Dealroom per il rapporto, sono stati censiti oltre 230 spin-out universitari italiani in ambito deep tech e life sciences, che hanno complessivamente raccolto 948 milioni di dollari, di cui oltre un quarto (250 milioni) nel solo 2025. Il valore complessivo dell’ecosistema italiano è stimato in circa 5,2 miliardi di dollari, con il dato particolarmente significativo della moltiplicazione per otto della raccolta nell’arco di un decennio: se nel 2017 il comparto raccoglieva circa 30 milioni di dollari, oggi ha superato i 360 milioni.
Tuttavia, ancora solamente tre atenei italiani si posizionano tra i primi 70 centri di ricerca europei per capacità di generare spin-out di successo, tutti collocati tra il 45° e il 70° posto della graduatoria generale, un posizionamento riflette la distanza che ancora separa il sistema italiano dai grandi hub europei, ma anche il potenziale di crescita di un ecosistema che muove i primi passi con una base tecnologica e scientifica di valore.
Il confronto con i grandi benchmark continentali, seppur evidenziando un divario ancora ampio, fornisce comunque l’idea di un lento processo di diminuzione del gap: la Francia conta oltre 830 spin-out con 7,5 miliardi di dollari raccolti, la Germania supera i 570 spin-out e 9,3 miliardi di funding, mentre la Spagna è salita a 360 spin-out con 1,5 miliardi raccolti dal 2020. L’Italia parte da una base più piccola, ma mostra tassi di crescita superiori, con una specializzazione verticale nel settore delle life sciences (in particolare medtech e biotech) e nel deep tech legato alle tecnologie per la decarbonizzazione.
Tuttavia, come evidenzia il recente Rapporto Netval 2025, il sistema italiano resta caratterizzato da forti disuguaglianze di performance tra gli enti, con i primi 5 atenei che generano circa il 50% dei risultati complessivi e sfide strutturali legate al sottodimensionamento degli Uffici di Trasferimento Tecnologico e alla capacità di trattenere il valore generato dalla ricerca ancora tutte da affrontare e risolvere.
Il futuro del tech transfer universitario italiano, così come di quello europeo, si giocherà pertanto su modelli “founder-friendly” culturali e istituzionali capaci di porre il ricercatore e conseguenzialmente il founder al centro del progetto di impresa, minimizzando gli attriti burocratici e allineando gli incentivi tra università, investitori e imprenditori. Solo con un processo chiaro e lineare capace di valorizzare la ricerca fornendo tutti gli strumenti di crescita sia scientifica che imprenditoriale le nostre università attireranno capitali, talenti e genereranno le imprese che guideranno la prossima rivoluzione tecnologica.

