L’ecosistema startup nel 2026: la ripresa è reale, ma non sembra essere per tutti

Contenuto esclusivo StartupNewsItalia. La ripresa globale è arrivata, ma sta premiando pochi, molto generosamente, e lasciando gli altri sostanzialmente dove erano. L’analisi incrociata degli ultimi tre report sull’ecosistema globale e continentale

I tre rapporti più significativi pubblicati tra settembre e ottobre 2026, il Global Startup Ecosystem Report di Startup Genome, il Q3 Global VC First Look di PitchBook e l’ESNA Startup Ecosystem Outlook, letti in maniera sinottica descrivono differenti aspetti di una medesima storia: il capitale sta tornando, l’intelligenza artificiale sta diventando la forza organizzatrice dell’intera economia startup, e la geografia della creazione di valore si sta restringendo in modo preoccupante, premiando solamente pochi grandi attori e lasciando gli altri, soprattutto i piccoli e piccolissimi, da soli.

Il valore complessivo degli ecosistemi startup globali, lo abbiamo visto e più volte certificato, ha raggiunto i 10.900 miliardi di dollari, in crescita del 40% in un anno e il finanziamento VC globale nei primi tre trimestri del 2026 ha toccato i 726,9 miliardi, in aumento del 90,8% su base annua, ormai a un passo dal record del boom post-Covid del 2021, ma la ripresa non è distribuita in modo uniforme. Il Nord America ha assorbito il 64% del finanziamento tardivo globale, in crescita dal 56% del 2021 e il valore dell’ecosistema della Silicon Valley da solo ha superato i 3.000 miliardi di dollari, quasi il triplo del secondo classificato (che è sempre americano, New York). Il valore globale delle exit cresce, ma le distribuzioni dei fondi rispetto al NAV restano ferme al 7,9%, circa la metà della media storica del 14,5%. i valori sono da record, ma la realtà è che la liquidità inizia a mancare, soprattutto per chi deve iniziare, affacciarsi al mondo dei round e dei finanziamenti, raccogliere fondi e sviluppare idee.

Il fenomeno che meglio spiega questa dinamica è la trasformazione dell’intelligenza artificiale da settore verticale a tecnologia general-purpose. Startup Genome definisce “AI-native” quelle aziende che hanno l’AI al centro del prodotto, del mercato o del modello di business, e che non esisterebbero senza di essa. E proprio l’AI informa in gran parte anche le nuove e le nuovissime imprese, ma le gerarchie del sistema sono riorganizzate in maniera tale che il boom dei finanziamenti arrivi unicamente alla vetta del sistema. Spazzata praticamente via la concorrenza, con un finanziamento delle startup AI-native cresciuto tra il 2021 e il 2025 del 218% mentre il finanziamento tecnologico complessivo si contraeva del 36%, il fenomeno ha portato a valutazioni ancora più estreme: dal 2021, il valore delle aziende tech non-AI è cresciuto del 101%, quello delle AI-native del 969% e, come rileva PitchBook, sebbene l’AI rappresenti quasi l’80% del valore delle operazioni degli ultimi 12 mesi, numericamente è al 43,2%. Cosa ne consegue? Che per i fondatori non-AI, la negoziazione diventa molto difficile. Al Series D e oltre, i fondatori di aziende AI mantengono in mediana il 43,3% del capitale, quelli delle aziende non-AI solo il 37,3%. Ma è proprio qui il collo di bottiglia: poche, pochissime operazioni si prendono la stragrande maggioranza dei finanziamenti, lasciando ai piccoli (che siano AI nativi o meno) le briciole.

Lo dimostra soprattutto il contesto europeo. L’ecosistema continentale ha raddoppiato l’occupazione in un decennio, passando da circa 800.000 a 1,6 milioni di persone tra il 2015 e il 2025 e nel 2025 le startup europee hanno generato ricavi per 141 miliardi di euro e raggiunto una valutazione complessiva di circa 1.000 miliardi di euro, mantenendo saldamente l’UE come secondo mercato mondiale del capitale di rischio. Ma la capacità di trasformare le startup in aziende di scala globale non c’è. Tra il 2015 e il 2025, le imprese in fase di scala hanno rappresentato in media solo l’1,1% dell’ecosistema europeo, contro il 3,9% degli Stati Uniti, dimostrando che il divario non è nella creazione di imprese, ma nella loro crescita.

L’Europa genera il 37% delle exit globali per numero, ma incassa solo l’11% del valore, mentre l’Asia è l’immagine speculare, con il 12% per numero e il 30% per valore. L’Europa costruisce buone aziende ma le vende troppo presto e troppo a buon mercato o, alternativamente, costruisce prevalentemente aziende di taglia medio-piccola, il mercato emergente dell’Asia fa il contrario, concentrandosi su pochi campioni in grado di scalare immediatamente a livello globale. E, soprattutto, se li tiene ben stretti (anche troppo). Eppure una volta raggiunta la fase di scala, le performance delle imprese europee sono competitive e nel 2025 i ricavi medi delle aziende europee classificate come “centauri” e “unicorni” hanno addirittura superato quelli delle omologhe nordamericane. Sono le condizioni per esprimere il potenziale quelle che mancano, complici anche i 27 regimi legislativi che appesantiscono la fase burocratica nell’UE, cui si stanno apportando correttivi, ma di cui ancora non si vede l’effetto: il progetto del 28° regime (EU Inc.) non sta facendo i progressi sperati.

L’Italia offre un caso di studio interessante. Secondo i recenti dati dell’Osservatorio trimestrale sul Venture Capital in Italia realizzato da Growth Capital in collaborazione con Italian Tech Alliance (ITA), i primi nove mesi del 2026 segnano sicuramente un cambio di passo rispetto al recente passato, ma al tempo stesso emerge un ritardo strutturale ancora profondo rispetto ai principali ecosistemi europei, con gli investimenti nelle startup che hanno raggiunto 1,465 miliardi di euro, contro gli 855 milioni dello stesso periodo del 2025, con un incremento del 71%, ma un numero delle operazioni, tuttavia, sceso da 306 a 210, quasi un terzo in meno. Rispettando in pieno le dinamiche del venture capital globali, si investe meno in numero, ma su aziende più mature e in round più consistenti, sintomo forse di una definitiva maturazione del sistema a livello di attore globale, ma con l’incognita della base dell’ecosistema dell’innovazione, che rischia tra qualche anno (pochi) di ritrovarsi senza startup in grado di accedere a round più corposi, o forse senza startup e basta. E sicuramente le incertezze normative non aiutano: la reintegrazione dell’incentivo fiscale del 30% per gli investimenti in startup è ancora in sospeso, così come le attese chiarificazioni alla Legge Annuale sulla Concorrenza e il progresso verso un Testo Unico sulle startup.

Letta insieme, la documentazione del 2026 rivela allora tre rischi sistemici che i singoli rapporti tendono a trattare separatamente. Il primo è la concentrazione geografica del capitale AI, perché se ‘AI è una tecnologia general-purpose che ridefinirà tutti i settori, la concentrazione della sua proprietà intellettuale e del suo capitale in una sola regione è un problema e rischia di creare una dipendenza strutturale per il resto del mondo. L’86% del finanziamento tardivo alle startup AI-native va al Nord America, quindi il problema c’è già.

Il secondo è la stagnazione della liquidità reale, che tiene ferme le distribuzioni agli LP nonostante i valori record delle exit. PitchBook rileva che 110 aziende che nel 2023 sembravano pronte a quotarsi sono ancora in attesa. Il mercato secondario certo è cresciuto (circa 107 miliardi di dollari su base rolling a 12 mesi, più che raddoppiato in sette trimestri), ma resta “fortemente concentrato sulla testa” e per i fondi che devono restituire capitale ai propri investitori, questo è un problema strutturale, non congiunturale.

Il terzo è la divergenza tra “avere un ecosistema” e “avere un ecosistema che produce valore”. L’Europa è si ferma ad avercelo, un ecosistema, che produce 1,6 milioni di occupati, 141 miliardi di ricavi, 1.000 miliardi di valutazione, ma solo l’11% del valore delle exit globali e un tasso di scalabilità pari a un terzo di quello americano. Gli americani producono valore.

Cosa possiamo aspettarci? Sicuramente sempre più aziende AI-native europee che superino la fase di scala è una speranza, prima ancora che una possibilità. Significherebbe allargare, almeno verso la testa, quel collo di bottiglia che ancora le mantiene nel limbo dei “vorrei, ma non posso”. Poi sicuramente il DefenseTech come fattore di crescita futura sempre più presente, con il venture europeo che allenta le restrizioni e la geopolitica che spinge la domanda (che sia un bene in nome del dual-use è cosa tutta da vedere). Infine, il Technology Transfer italiano che diventi finalmente grande: il Venture Capital Monitor rileva che negli ultimi tre anni e mezzo i Poli e i Fondi di TT promossi da CDP Venture Capital hanno generato un effetto leva di oltre 700 milioni di euro su capitali terzi, con quasi 1,2 miliardi investiti su 374 operazioni dal 2023: è un canale di creazione di valore che dipende meno dal ciclo del venture capital tradizionale e più da policy industriali.

La finestra per agire si sta restringendo, le aziende che hanno deciso di competere per l’AI hanno maggiori possibilità, ma devono crescere velocemente e trovare i capitali significa andare, per l’Europa, probabilmente a cercarseli in un altro continente. Le altre, al momento, restano dove erano prima.