La siccità dell’estate 2025 costerà all’Italia una perdita complessiva di 6,8 miliardi di euro nel 2025, che salirà a 17,5 miliardi di euro nel 2029, secondo uno studio del 2025 condotto da esperti dell’Università di Mannheim e della Banca Centrale Europea. A cui aggiungere i 210,5 milioni di euro già pagati in multe dall’Italia per inadempimenti rispetto alla Direttiva Acque Reflue e i circa 300 milioni per le restanti penalità da corrispondere fino al 2030, come stima la Corte dei conti, che potevano essere investiti per adeguare gli impianti e prepararli alle più elevate performance richieste dalla nuova Direttiva 2024/3019. La gestione dell’acqua poco efficace e a compartimenti stagni, priva di una visione d’insieme, unitamente alla crisi climatica, rappresenta un danno economico, oltre che ambientale, per il nostro Paese, uno degli hotspot climatici più sensibili nel bacino del Mediteranno.
A fare un punto, con dati e 10 proposte, è Legambiente che, alla VII edizione del Forum nazionale Acqua dal titolo “La resilienza idrica in Italia” organizzato il7 ottobre a Roma in collaborazione con Utilitalia, scatta una fotografia preoccupante: dal 2017 al 22 settembre 2025 nella Penisola sono 142 gli eventi con danni legati a una siccità prolungata registrati dall’Osservatorio Città Clima di Legambiente. Un fenomeno, quello della siccità, sempre più ampio e diffuso e che si è intensificato negli ultimi 4 anni: dei 142 eventi mappati, ben il 75% si è verificato tra il 2020 e il 2024 con danni rilevanti in diversi comparti produttivi e perdite economiche.
Capitolo prevenzione in chiaroscuro: negli ultimi cinque anni (al 2024) sono stati 20,48 i miliardi di euro spesi per ben 25.903 interventi relativi alla mitigazione del dissesto idrogeologico, ma a termine ne sono stati portatiil 35,7% dei lavori previsti, ossia 9.247 su 25.903 per un importo di spesa di circa 5,57 miliardi. Al contempo, secondo i dati della Protezione Civile sulle ordinanze emesse dal 2013 al 2022 per gli eventi legati al rischio idrogeologico e idraulico, sono stati ben 179 gli stati di emergenza aperti per una ricognizione del danno che supera i 15 miliardi di euro, a cui vanno aggiunti i danni da decine di miliardi stimati degli eventi alluvionali dell’Emilia-Romagna, Toscana e Marche del 2023.
La qualità delle acque è un altro fronte aperto, con il 75,1% delle acque superficiali e il 70% delle acque sotterranee attestate su un buono stato chimico, ma una persistenza di zone di inquinamento critiche e si prevede che per il 2027 il 30% dei corpi idrici superficiali e il 27% circa dei corpi idrici sotterranei non sarà in buono stato chimico. A pesare l’inquinamento chimico, come quello causato da nutrienti da agricoltura o dalle acque reflue urbane, le alterazioni idromorfologiche, l’estrazione di acqua, ma anche la presenza di specie aliene invasive che alterano le condizioni ecologiche e fisico-chimiche dei corpi idrici.
“La crisi climatica, il problema dei depuratori inefficienti o mancanti, delle reti colabrodo e delle mancate bonifiche dei siti di interesse nazionale che gravano principalmente sulle acque sotterranee o di falda, ma anche le inadempienze dell’Italia rispetto alle direttive europee sull’acqua – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – ci ricordano l’urgenza di risolvere le criticità e adottare una governance integrata della gestione delle risorse idriche. La resilienza idrica deve essere messa al centro dell’agenda politica italiana, con i principi fondamentali richiamati dalla Strategia europea di ridurre i consumi e migliorare l’efficienza. Una strategia che è stata definita in alcuni casi ambiziosa ma non incisiva a causa della mancanza di target vincolanti, ma che non per questo manca di mettere a sistema gli aspetti e i settori rilevanti per il cambiamento necessario a migliorare la gestione delle risorse idriche. Da qui il nostro appello al Governo Meloni al quale indirizziamo 10 proposte per una strategia nazionale della risorsa idrica che sia davvero efficiente e sostenibile. Le nostre proposte indicano una direzione chiara da intraprendere per rendere il ciclo integrato e resiliente delle acque uno dei pilastri su cui costruire il Clean Industrial Deal made in Italy che serve al nostro Paese”.
“Gli effetti dei cambiamenti climatici – spiega il direttore generale di Utilitalia, Annamaria Barrile – sono ormai una nuova normalità alla quale dobbiamo abituarci: basti pensare che ci sono interi territori del Sud che, sostanzialmente da tre anni, non sono mai usciti da uno stato di severità idrica alto. La resilienza idrica è diventata quindi un tema centrale per le azioni delle utilities, che si sviluppano lungo tre filoni principali. Il primo riguarda la manutenzione e la realizzazione di nuovi invasi, per poter trattenere l’acqua quando è in eccesso e rilasciarla nei periodi di siccità; il secondo concerne le interconnessioni tra gli schemi acquedottistici, a tutela della risorsa da un punto di vista quantitativo e qualitativo; c’è poi il tema delle risorse idriche complementari, che vanno dalla dissalazione al riuso, fino alla ricarica delle falde. Il Piano per gli interventi nelle infrastrutture idriche primarie per la sicurezza dell’approvvigionamento idrico (PNIISSI) va proprio in questa direzione, includendo un elenco di progetti per un valore complessivo pari a circa 12 miliardi di euro – dei quali è stata già stanziata una prima trance da 950 milioni – che riguardano interventi su invasi, derivazioni, adduzioni e acquedotti”.

