Report EPO 2026: l’ingegno femminile è un risorsa imprescindibile per la crescita dell’Europa

Investire sull’ingegno femminile significa aprire l’Europa alla crescita e all’innovazione in maniera strategica, superando anche stereotipi di genere

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, l’Osservatorio dell’Ufficio Europeo dei Brevetti (EPO) ha rilasciato uno studio fondamentale per l’analisi dell’innovazione europea attraverso la lente della parità di genere, mettendo in luce come il talento femminile sia una risorsa tanto preziosa quanto ancora parzialmente inespressa. Il report dal titolo “Advancing women in STEM: A data-driven assessment of the gender gap across Europe’s innovation ecosystem” mostra infatti un’Europa dove le industrie ad alta intensità di proprietà intellettuale (PI) continuano a essere il motore trainante dell’economia generando circa il 48% del PIL (pari a 7,7 trilioni di euro), ma con un contributo diretto delle donne alla creazione di nuovi brevetti che cresce molto lentamente fino a un 13,8% che dimostra come, senza interventi strutturali, la piena parità nel mondo dei brevetti rimarrà un obiettivo ancora lontano decenni.

È il concetto, introdotto dallo studio, del “Leaky Pipeline”, o “tubo che perde”: l’Europa non manca di donne brillanti nelle materie STEM, ma molte donne che conseguono dottorati di ricerca non approdano mai alla brevettazione industriale o alla guida di imprese tecnologiche, disperdendo il loro apporto lungo il percorso di carriera. Ancor più nel mondo delle startup, dove meno del 13,5% delle nuove imprese tecnologiche europee ha almeno una donna tra i fondatori, così come risulta fortemente ineguale l’accesso ai capitali, con i dati del 2026 che confermano come le startup a guida femminile fatichino maggiormente ad attrarre investimenti di venture capital, ricevendo quote di finanziamento significativamente inferiori rispetto ai team interamente maschili.

Eppure, la qualità, la genialità inventiva e la profondità innovativa e progettuale immessa nell’ecosistema startup globale dalle donne c’è e, quando emerge, diventa assoluta protagonista del futuro, pur se limitata ad alcuni determinati settori. È il caso, ad esempio, proprio dell’Italia, che presenta un tasso di donne inventrici (WIR – Women Inventor Rate) del 14,7%, al di sopra della media dei 39 Stati membri dell’EPO (13,8%) e di nazioni storicamente leader nella tecnologia come la Germania (10,3%), soprattutto nella straordinaria specializzazione nelle Scienze della Vita. Nei settori della farmaceutica e delle biotecnologie, quasi un brevetto su tre vede il coinvolgimento di ricercatrici italiane, con punte che superano il 34%, a conferma di come, laddove esistano percorsi formativi consolidati e una forte tradizione di ricerca accademica, il talento femminile italiano sia in grado di competere ai massimi livelli mondiali. In vetta alla classifica generale si confermano Portogallo (29,3%) e Spagna (24,1%), che beneficiano di un ecosistema della ricerca pubblica estremamente bilanciato.

Il problema è che, andando ad ampliare il campo d’azione, il divario settoriale emerge profondo: mentre la biologia e la chimica sono ambiti a forte trazione femminile, i settori delle tecnologie “hard” come l’ingegneria meccanica, l’elettronica e le comunicazioni digitali, vedono la presenza delle donne crollare sotto la soglia del 7%, uno squilibrio figlio soprattutto di pregiudizi culturali che ancora influenzano le scelte educative delle giovani generazioni. In tal senso, l’EPO e l’Osservatorio hanno delineato una serie di raccomandazioni strategiche indirizzate ai governi e alle istituzioni per superare queste problematiche, come la riforma del Venture Capitalper creare incentivi per i fondi di investimento che promuovono la diversità di genere nei team delle startup “deep-tech”, il supporto alla ricerca pubblica poiché le Università e i Centri di Ricerca registrano tassi di inventrici molto più alti (24,4%) rispetto al settore privato (10%), la promozione della visibilità delle inventrici di successo per abbattere gli stereotipi culturali che allontanano le ragazze dalle carriere ingegneristiche e digitali e infine l’instaurazione di politiche di Bilancio di Genere nei criteri di assegnazione dei fondi per la ricerca e l’innovazione.

Perché invertire questa rotta è non solo e non più una questione di giustizia sociale, ma rappresenta ormai un requisito indispensabile per la sovranità tecnologica e la competitività dell’Europa, per lo sviluppo e la crescita dell’innovazione in tutto il continente.