Le tensioni in Medio Oriente, con il nodo strategico dello Stretto di Hormuz ci raccontano senza giri di parole che la sicurezza energetica è sicurezza nazionale

Nel 2025 il sistema energetico globale ha segnato un punto di svolta: la capacità installata da fonti rinnovabili ha raggiunto quota 5.100 GW, con un incremento record di circa 700 GW (+15,5%). A trainare questa crescita è stato soprattutto il solare, con 511 GW (pari al 75% dell’aumento totale), seguito dall’eolico (159 GW) e, più distanziata, dalla bioenergia. Secondo IRENA, questi numeri confermano una tendenza ormai chiara: il sistema energetico globale sta diventando sempre più sostenibile. Ma fermarsi a questa lettura sarebbe riduttivo.
Viviamo in un mondo interconnesso, dove il battito d’ali di una farfalla a Tokyo può generare effetti in Europa. Oggi però non siamo di fronte a una farfalla, ma a veri e propri terremoti geopolitici. Le tensioni in Medio Oriente, con il nodo strategico dello Stretto di Hormuz ci raccontano senza giri di parole che la sicurezza energetica è sicurezza nazionale: le energie rinnovabili non rappresentano più soltanto una scelta etica o ambientale, ma una vera e propria infrastruttura difensiva. Produrre energia localmente significa ridurre l’esposizione alla volatilità dei mercati fossili limitando i rischi legati a crisi geopolitiche. In altre parole, investire in rinnovabili oggi equivale a difendere la propria sovranità.
Se osserviamo i dati con questa chiave di lettura, emerge un elemento sorprendente. A guidare la crescita non sono solo le economie avanzate, ma soprattutto i Paesi in via di sviluppo. L’Asia domina con il 74,2% della nuova capacità installata, raggiungendo 2.891 GW complessivi. L’Africa registra l’incremento percentuale più alto (+15,9%), trainata da Paesi come Etiopia, Sudafrica ed Egitto. Il Medio Oriente accelera con un +28,9%, guidato dall’Arabia Saudita. Questi numeri raccontano una presa di coscienza: senza indipendenza energetica non può esserci sviluppo duraturo. Un caso emblematico è quello di Cuba, che negli ultimi tempi ha affrontato blackout diffusi a causa della perdita dell’approvvigionamento di petrolio venezuelano. Senza una capacità autonoma di produzione energetica, un Paese diventa inevitabilmente vulnerabile a pressioni o predazioni esterne. Il concetto stesso di guerra si sta ormai evolvendo sostituendo alle armi le risorse energetiche. Cuba ci sta raccontando come si può conquistare un territorio senza sparare un colpo, basta interrompere le forniture, controllare le infrastrutture e creare dipendenza energetica per mettere in ginocchio un paese. Nel contesto odierno, “affamare” una nazione dal punto di vista energetico sembra essere diventato una delle leve geopolitiche più efficaci. Africa, Asia e Medio Oriente sembrano aver compreso questa dinamica e stanno accelerando proprio per evitarla.
E l’Europa? Con 934 GW di capacità rinnovabile installata, il continente resta uno dei principali attori globali. Tuttavia, il ritmo di crescita appare ancora insufficiente rispetto alle sfide attuali. Il rischio è quello di rivivere scenari già visti, come la Crisi petrolifera del 1973, ma in una versione moderna: non più code ai distributori, bensì possibili “lockdown energetici”. Una prospettiva che, oggi, potrebbe essere evitata solo accelerando con decisione sulla transizione. Le rinnovabili non sono più soltanto una scelta green. Sono diventate una scelta strategica, economica e geopolitica. Chi investe nelle rinnovabili, oggi, non sta semplicemente producendo energia pulita: sta costruendo indipendenza, stabilità e potere. E chi resta indietro rischia, sempre più, di dipendere dagli altri e in questo scenario, le startup che lavorano sull’efficienza e l’indipendenza energetica non stanno solo cercando un mercato, stanno costruendo le mura della nostra stabilità futura.

