Europa: la transizione ecologica traina l’economia

La seconda giornata degli Stati Generali della green economy ho posto il focus sulla situazione europea, tra ripensamenti da evitare e buoni risultati da consolidare

Un Vecchio Continente stretto tra le misure climatiche ed ecologiche della nuova Presidenza Trump e la Cina in massiccia espansione di produzioni green: dopo l’attenzione alla situazione italiana, il focus della seconda giornata degli Stati Generali della Green Economy all’interno di Ecomondo ha messo in luce i buoni risultati raggiunti nella transizione ecologica dall’Europa, ma anche i rischi di ripensamenti e rallentamenti che metterebbero in difficoltà quanto di buona sinora operato.

A partire dalle emissioni di gas serra, con una riduzione tra il 1990 e il 2023 del 37%, ma con una sempre insistente dipendenza europea dall’importazione di combustibili fossili che determina alti costi energetici che minano la competitività europea: nel 2024 l’Ue ha speso 375,9 miliardi per l’import di combustibili fossili, a conferma di come investire sulle rinnovabili non sia solamente una necessità ambientale, ma anche una soluzione economica.

Bene quindi le rinnovabili in forte crescita, con un 2024 in cui il 47,4% dell’energia elettrica è stata generata da fonti rinnovabili (nel giugno del 2025 ha superato il 50%). La produzione di elettricità da fonte solare è cresciuta di 54 TWh (+22% rispetto al 2023) arrivando a ben 300 TWh e quella eolica è cresciuta da 21 TWh nel 2000 a 477 TWh nel 2024. Se le rinnovabili elettriche arrivassero al 77% nel 2030 si potrebbe ridurre del 57% il prezzo medio all’ingrosso dell’elettricità europea. Nota dolente la quota di rinnovabili impiegata nel trasporti, solo al 9,6% e lontana dal target del 29% al 2030.

La circolarità dell’economia segna invece alcune storture, con un tasso di riciclo dei rifiuti urbani cresciuto dal 35,2 % nel 2018 al 48,2% nel 2023, ma con un utilizzo circolare dei materiali nella UE quasi fermo, dal 10,7% nel 2010 all’11,8% nel 2023. Non aiuta certamente la dipendenza dell’economia dell’UE dall’importazione del 52% dei minerali metalliferi, con addirittura 34 materie prime utilizzate considerate critiche e, per difficoltà di approvvigionamento, dipendenti per la gran parte dalla Cina, ad esempio, che fornisce il 100% delle terre rare. Ben 17 di queste materie prime critiche sono strategiche per cinque settori: energie rinnovabili, mobilità elettrica, industria, tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) e settore aerospaziale e difesa.

“Risulta sempre più evidente – ha affermato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – che per portare avanti la transizione ecologica è necessario che l’Unione Europea faccia passi avanti nel superamento delle frammentazioni nazionali che ne paralizzano l’operatività e l’efficacia, e nel rafforzamento democratico delle istituzioni europee e delle politiche comunitarie. Del resto, una transizione ecologica efficace renderebbe l’Unione Europea economicamente e politicamente più forte. Una retromarcia metterebbe invece in crisi non solo le politiche climatiche e ambientali, ma il modello sociale e di sviluppo europeo”, anche se dal Consiglio Ambiente dell’UE del 4 novembre, anche in questo caso, giungono luci e ombre: “Purtroppo a chiusura di questa due giorni ci arriva un brutto segnale dall’Europa. Il Consiglio Ambiente, se da un lato ha dato una conferma formale al target del 90% di riduzione dei gas serra entro il 2040, dall’altro ha mandato un messaggio negativo: la doppia flessibilità che riduce l’impegno climatico. Una flessibilità che fa contabilizzare nel bilancio delle emissioni fino al 5% degli acquisti per i crediti di carbonio extra Ue e al tempo stesso prevede fino a un 5% di riduzione degli impegni nazionali sul clima (Ndc). Il clima non aspetta: come il debito pubblico accade che accumuli, accumuli e poi devi ripagare con gli interessi, questa frenata europea aumenta il prezzo da pagare” – ha concluso Ronchi.