Idrogeno verde: un tassello verso la decarbonizzazione ancora da strutturare

La Commissione Europea ha recentemente approvato un piano di aiuti da 23 miliardi di euro per l’Italia, di cui ben 6 miliardi sono destinati alla filiera dell’idrogeno con l’obiettivo di raggiungere una produzione di 200.000 tonnellate annue

C’è un tesoro costituito dall’elemento maggiormente presente nel nostro universo, che è capace di dare la svolta definitiva verso la decarbonizzazione, ma ancora si stena a una sua piena valorizzazione. È esattamente questa la situazione dell’idrogeno verde in Europa: la capacità produttiva operativa stenta a decollare e la strategia comunitaria lanciata nel 2020 mostra ormai il peso degli anni. Tra ritardi autorizzativi e incertezze di mercato, la strada verso la decarbonizzazione è visibilmente ripida, e proprio in quest’ottica per supportare la Commissione europea nel rilanciare la propria strategia sull’energia pulita, è stata lanciata il 26 ottobre una consultazione pubblica aperta fino al 23 novembre.

Oggi il vero motore del cambiamento risiede nella trasformazione della struttura dei costi. Se fino a poco tempo fa il divario economico con il vettore fossile appariva incolmabile, con un prezzo medio dell’idrogeno verde compreso tra i 4 e i 6 euro al chilo contro i circa 2 euro di quello grigio, il contesto macroeconomico sta ribaltando le regole del gioco. L’impennata dei costi dell’energia elettrica tradizionale, unita all’aumento delle penali europee sulle emissioni di CO2 e al crollo dei prezzi degli impianti di elettrolisi, le cui membrane PEM sono scese fino a 500.000 euro al megawatt rispetto al milione e mezzo di pochi anni fa, sta accelerando l’assottigliamento del cost-gap. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che verso il 2030 il costo dell’idrogeno pulito scenderà sotto i 2 euro al chilo, rendendo questo momento storico la finestra d’opportunità ideale per chi fa innovazione.

Per completare la scalata serve però che la politica fornisca l’attrezzatura d’alta quota necessaria. La Commissione Europea ha recentemente approvato un piano di aiuti da 23 miliardi di euro per l’Italia, di cui ben 6 miliardi sono destinati alla filiera dell’idrogeno con l’obiettivo di raggiungere una produzione di 200.000 tonnellate annue. A questo si aggiungono i circa 600 milioni del PNRR già allocati su oltre cinquantasei progetti lungo la penisola, di cui la metà concentrati nel Mezzogiorno. Tuttavia, per evitare che le giovani imprese scivolino lungo il pendio, servono garanzie strutturali: contratti di acquisto a lungo termine (off-take agreements) di 10-15 anni e la reale attuazione dei meccanismi di Contratto per Differenza, capaci di tutelare il rischio d’impresa.

In questo scenario, il tessuto delle startup italiane sta già dimostrando come l’innovazione tecnologica possa fare la differenza. Ne sono un esempio le realtà operanti nell’Hydrogen Valley piemontese e lombarda che sviluppano elettrolizzatori di nuova generazione basati su tecnologia AEM per eliminare i metalli rari, o le startup nate dagli spin-off accademici dedicati allo stoccaggio tramite vettori liquidi organici (LOHC) per superare i limiti del trasporto criogenico. Altrettanto strategiche sono le piattaforme di intelligenza artificiale applicate al trading energetico, in grado di coordinare la produzione di idrogeno nei soli momenti di sovrapproduzione rinnovabile a costo zero.

Sostenere questo ecosistema significa fare una scelta di campo con ritorni enormi per la collettività. Un’accelerazione sull’idrogeno pulito andrebbe a beneficio immediato dei settori hard-to-abate come la siderurgia, la chimica di base e la raffinazione, che da soli assorbono la quasi totalità dei consumi industriali attuali. Decarbonizzare questi ambiti, insieme ai trasporti pesanti e marittimi, non è solo una sfida ambientale, ma l’unico modo per proteggere la competitività dell’industria europea e trasformare un’ascesa complessa nella più grande opportunità di sviluppo tecnologico del decennio.