Clima, energia e ritardi strutturali: l’Italia con il freno a mano tirato mentre l’Europa accelera

Il nodo principale resta il settore energetico, responsabile dell’81% delle emissioni nazionali. Al suo interno, i trasporti rappresentano una criticità evidente

L’ultimo aggiornamento dell’Italian greenhouse gas inventory pubblicato da Ispra fotografa una realtà che non lascia molto spazio all’ottimismo: l’Italia sta riducendo le emissioni, ma lo sta facendo troppo lentamente. Dal 1990 al 2024 il calo è stato del 30,2%, un dato che è sicuramente significativo in valore assoluto ma nettamente inferiore alla media europea, che nello stesso periodo ha raggiunto il -37%, accompagnato da una crescita del PIL del 71%. Il problema, quindi, non è l’assenza di progresso, ma la sua insufficienza. E questo ritardo pesa oggi molto più di quanto avrebbe fatto in una fase storica stabile.

Il nodo principale resta il settore energetico, responsabile dell’81% delle emissioni nazionali. Al suo interno, i trasporti rappresentano una criticità evidente: invece di diminuire, le emissioni sono aumentate del 10,9% dal 1990. Il trasporto stradale, da solo, pesa per oltre il 90% del totale del comparto. Questi numeri raccontano una verità scomoda: l’Italia non ha ancora affrontato in modo strutturale la transizione della mobilità. La diffusione dei veicoli elettrici resta lenta, frenata da scelte politiche spesso ondivaghe, infrastrutture insufficienti e probabilmente una certa inerzia culturale. Questa lentezza sarebbe già problematica in un contesto geopolitico stabile, oggi diventa un fattore di rischio economico diretto.

La forte dipendenza dai combustibili fossili espone l’Italia a una volatilità dei prezzi che altri Paesi europei stanno progressivamente attenuando grazie a una maggiore diversificazione energetica. I dati più recenti parlano chiaro: il prezzo del gas è aumentato del 70% rispetto al periodo pre-2022, mentre l’elettricità ha registrato un incremento del 100%. Siamo assistendo a un cambiamento: non essere a passo nella transizione non è solo un problema ambientale, ma è diventato un problema di competitività.

Il ritardo italiano non è solo tecnico o politico: è culturale, figlio di una visione che sembrava porre la transizione energetica come un costo da contenere, una barriera senza coglierne invece la potenzialità di investimento strategico. Le proiezioni indicano che, con le politiche attuali, l’Italia arriverà a una riduzione del 42% delle emissioni entro il 2030, ben lontana dall’obiettivo europeo del -55%. Per colmare questo gap, sarebbe necessario quadruplicare il ritmo di crescita delle energie rinnovabili.

Eppure, proprio nel 2025, si registra un rallentamento nello sviluppo del settore: meno capacità installata, meno produzione da fonti pulite. Un segnale che conferma la difficoltà del Paese nel mantenere una traiettoria coerente. In questo scenario, l’ecosistema delle start-up può rappresentare il vero fattore aggiunto del cambiamento. Non solo per lo sviluppo di tecnologie pulite, ma anche per la capacità di introdurre modelli di business nuovi, più agili e scalabili. La transizione energetica, infatti, non è solo una questione ambientale: è una trasformazione industriale e finanziaria.

Cosa farà l’Italia? Continuare con il “freno a mano tirato” significa aumentare l’esposizione ai rischi climatici ed economici. Accelerare, invece, significa ridurre i costi nel lungo periodo, rafforzare l’autonomia energetica e rilanciare la competitività. Il tempo per decidere è ora. Il margine per recuperare il ritardo esiste ancora, ma si sta rapidamente assottigliando.