Dalla Puglia al Giappone: perché l’economia circolare è una sfida (soprattutto) culturale

Non serve solamente fissare gli obiettivi ambientali ma si devono semplificare i processi autorizzativi, ridurre i margini di rischio per gli investitori, sostenere le start up nelle fasi iniziali

A Bari, negli Stati generali dell’ambiente promossi da Ricicla Tv e Zucchetti Ambiente, è emersa una fotografia chiara: l’economia circolare in Italia non è più un’idea, ma un sistema in costruzione. L’incontro, ospitato al Teatro Piccinni, ha anticipato i temi del Green Med Expo & Symposium di Napoli, in programma dal 27 al 29 maggio: chiudere il ciclo dei rifiuti, trasformare gli scarti in risorse e costruire filiere industriali sostenibili.

Nel 2025 la raccolta dei RAEE in Puglia si ferma a 4,65 kg per abitante, sotto la media nazionale. Non è solo una questione di impianti, ma di sistema. Perché dove i servizi funzionano meglio, i cittadini differenziano di più. E dove la raccolta è inefficiente, l’economia circolare semplicemente non parte. La trasformazione del rifiuto in risorsa è spesso raccontata come una sfida industriale. In realtà è prima di tutto culturale infatti senza educazione ambientale, il sistema rischia di incepparsi ancora prima di partire. Un caso emblematico è quello di Kamikatsu, in Giappone, dove i cittadini separano i rifiuti in decine di categorie, permettendo di superare l’80% di riciclo. Non grazie alla tecnologia, ma a un investimento sistematico sulla consapevolezza. Ma anche senza andare così culturalmente lontano l’esperienza italiana di Capannori dimostra che si può intervenire su questa consapevolezza ma richiede tempo, continuità e politiche coerenti.

La cultura è il punto di partenza ma la strada è e deve essere percorsa dalle tante aziende che investono in innovazione, come le tante realtà dell’ecosistema di startup che lavorano sulla valorizzazione dei rifiuti, realtà che sono a dimostrare che le startup sono pronte ma che c’è un collo di bottiglia: la burocrazia e i costi di ingresso. Le idee non mancano, deficita però un contesto che sia abilitante. Dal confronto di Bari questi nodi sembrano venire al pettine, viene da più parti sottolineato come gli iter autorizzativi siano estremamente lungi, la incertezza normativa crei un freno all’innovazione. Tutto ciò unito alla carenza degli impianti e ai costi elevati rischia di frenare le migliori tecnologie che faticano ad uscire dalla fase pilota. Ecco che la politica, allora, deve riappropriarsi del suo ruolo di facilitatore oltre che di regolatore. Abbiamo bisogno di un salto di qualità. Non serve solamente fissare gli obiettivi ambientali ma si devono semplificare i processi autorizzativi, ridurre i margini di rischio per gli investitori, sostenere le start up nelle fasi iniziali. Si deve passare da un ruolo sostanzialmente passivo da uno attivo che accompagni sostenga e sviluppi l’innovazione.

Dagli Stati generali dell’ambiente nasce una consapevolezza: l’economia circolare non è più un tema di nicchia ma una vera leva industriale, la tecnologia esiste, le start up ci sono e sono pronte, il sistema pubblico riuscirà a stare al passo? La sfida dell’economia circolare si vince solo se la velocità della norma saprà pareggiare quella dell’innovazione.