Il programma quinquennale 2025-2030 punta a ridefinire l’accesso alle cure attraverso l’innovazione di frontiera, inserendosi nel quadro degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) dell’Agenda 2030

Si parte dalla constatazione che, a livello globale, il gender gap non riguarda solamente le disparità lavorative ed economiche tra uomini e donne, ma che si delinea anche nella fruizione tecnologica e sanitaria, scollegato dalla differenza di genere per arrivare a una differenza di opportunità. In un mercato globale delle tecnologie per la salute femminile (FemTech) che si appresta a superare il valore di 60 miliardi di dollari entro il 2027, emerge infatti come la stragrande maggioranza di questi capitali si concentra nel Nord America, lasciando scoperte le necessità di miliardi di donne nei Paesi a basso e medio reddito. Proprio per colmare questo divario tecnologico e sanitario, l’UNICEF ha lanciato nel 2025 FemTech Ventures, il programma quinquennale (2025-2030) che punta a ridefinire l’accesso alle cure attraverso l’innovazione di frontiera. L’iniziativa si inserisce nel quadro degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) dell’Agenda 2030.
Non si tratta solamente di colmare un divario di opportunità economiche e di accesso alle cure, ma anche di ridefinire un gap nuovamente tra componente maschile e femminile dell’umanità partendo dalla constatazione che, fino al 1993, le donne erano sistematicamente escluse da gran parte delle sperimentazioni cliniche, portando a una farmacologia tarata sull’80% dei casi sul corpo maschile. Ed è qui che interviene il fondo dell’UNICEF, nella situazione critica ed emergenziale che viene a galla in contesti prettamente femminili, in cui la distanza tra mondo ricco e mondo povero si amplia di pari passo alla ricerca scientifica: parliamo di realtà specifiche dell’universo femminile che hanno un maggiore impatto in contesti poveri o svantaggiati, come la maternità precoce che riguarda oltre 21 milioni di adolescenti ogni anno nei Paesi in via di sviluppo, dei diritti violati dalle mutilazioni genitali, fino a un digital divide che nei Paesi a basso reddito riguarda 9 ragazze su 10, con evidenti ricadute sulla possibilità di accedere attraverso la rete a informazione sanitaria di base e cure.
La nuova verticale FemTech è gestita dall’UNICEF Venture Fund, il primo fondo di investimento delle Nazioni Unite dedicato a startup tecnologiche a impatto sociale, che dalla sua nascita nel 2014, ha investito circa 18 milioni di dollari in 143 startup. L’UNICEF mette a disposizione finanziamenti equity-free fino a 100.000 dollari per ciascuna startup selezionata, con l’obiettivo di andare veramente a incidere sulla salute delle donne in condizioni, e realtà, svantaggiate: infatti tutte le soluzioni sviluppate dovranno essere Open Source e utilizzare tecnologie di frontiera come l’Intelligenza Artificiale (AI) per diagnosi precoci e monitoraggio remoto, Blockchain per la gestione sicura e privata dei dati sanitari sensibili e Data Science per colmare il vuoto di dati statistici sulla salute femminile.
Il successo dell’iniziativa è testimoniato dall’enorme adesione: la prima call ha ricevuto oltre 1.100 candidature da 85 Paesi, con oltre la metà delle proposte provenienti dall’Africa e una recente, seconda fase ha visto lo stanziamento di 640.000 dollari distribuiti tra 10 startup, selezionate per la loro capacità di affrontare temi come la salute pelvica, il recupero post-partum, la gestione della menopausa e la contraccezione in contesti dove questi temi sono ancora tabù.
Attualmente, le startup fondate da donne ricevono solo il 2% dei finanziamenti totali di Venture Capital in Europa e UNICEF FemTech Ventures agisce quindi come un “de-risking agent”, fornendo il capitale iniziale e la validazione dell’ONU, rende queste startup meno rischiose agli occhi degli investitori privati, facilitando i successivi round di finanziamento, dimostrando come investire nel FemTech non è solo un atto di giustizia sociale, ma un volano economico: migliorare la salute e la partecipazione digitale delle donne significa rafforzare l’economia globale, partendo dalle comunità più vulnerabili.

