L’Europa continua a produrre studi, report e analisi che dimostrano come la transizione energetica sia sempre più una questione di organizzazione piuttosto che di tecnologia
L’ultimo rapporto prodotto dal think tank Ember intitolato “Power on tap: EU hydro giants can add 25 GW renewables without new grids” racconta una possibilità straordinaria: sette Paesi europei, tra cui l’Italia, potrebbero aggiungere fino a 25 GW di nuova capacità rinnovabile sfruttando la flessibilità garantita dagli impianti idroelettrici esistenti, senza la necessità di costruire nuove reti di trasmissione. Una prospettiva che consentirebbe di accelerare la diffusione di fotovoltaico ed eolico abbattendo tempi, costi e impatti sul territorio.
Come sempre ci troviamo ad affrontare una situazione bifronte: c’è una buona notizia ed è che le soluzioni esistono ma c’è una cattiva notizia ossia che il collo di bottiglia non è più tecnologico ma politico. Per anni abbiamo raccontato la transizione energetica come una sfida fatta di ricerca, innovazione e sviluppo industriale. Oggi sappiamo che gran parte delle tecnologie necessarie sono mature. Esistono sistemi di accumulo, reti intelligenti, impianti idroelettrici capaci di svolgere un ruolo di bilanciamento e strumenti digitali in grado di ottimizzare l’intero sistema elettrico. Quello che continua a mancare è una cornice normativa capace di trasformare queste opportunità in realtà. Procedure autorizzative che si trascinano per anni, regole che cambiano continuamente, competenze distribuite tra amministrazioni diverse e interpretazioni non uniformi rappresentano ancora il principale freno agli investimenti.
Non è un problema solo italiano, è un problema europeo. Perché non possiamo più permetterci un’Unione che, proprio sulla legislazione ambientale, proceda a velocità differenti: la transizione energetica non può dipendere dal Paese in cui un investitore decide di presentare un progetto.
Se autorizzare un impianto richiede pochi mesi in uno Stato membro e diversi anni in un altro, non stiamo costruendo un mercato unico dell’energia. Stiamo creando una competizione normativa che penalizza i territori meno efficienti. In questo senso la Penisola Iberica continua a rappresentare un laboratorio particolarmente interessante: Spagna e Portogallo hanno dimostrato come semplificazione amministrativa, pianificazione delle reti e certezza delle regole possano accelerare la diffusione delle energie rinnovabili, trasformando la transizione ecologica in una vera politica industriale.
L’Italia possiede tutte le caratteristiche per giocare un ruolo da protagonista avendo uno dei più importanti patrimoni idroelettrici d’Europa, una crescita significativa del fotovoltaico, competenze industriali riconosciute e una posizione geografica strategica nel Mediterraneo. Ma nessuno di questi vantaggi può tradursi in leadership senza una macchina amministrativa altrettanto moderna. La politica, oggi, non deve decidere se sostenere o meno la transizione energetica, deve decidere se renderla possibile perché le tecnologie corrono e gli investimenti aspettano sempre meno. La sfida europea dei prossimi anni è lanciata e sarà proprio questa: costruire non soltanto un mercato comune dell’energia, ma anche un diritto comune della transizione.


