Il mercato italiano del venture capital chiude ogni anno 50 round di Serie A mediamente, ma la maggior parte di questi si trasformano col tempo in binari morti

In Italia sono sette su dieci le startup che, dopo un round di Serie A, non riescono ad arrivare al successivo: a dirlo sono i dati di Djungle Holding, gruppo torinese specializzato nell’early stage fondato da Alessandro Nasi (Chief of Strategy) e Giulietta Testa (CEO), che per aiutare le startup a superare questa sorta di “zona grigia” tra una prima affermazione e il vero consolidamento ha creato a Torino nasce Djungle Bridge, il primo fondo italiano di Restructuring Venture Capital dedicato a rilevare, risanare e rilanciare le realtà tecnologiche rimaste bloccate nella crescita.
Superata la fase iniziale di convalida del prodotto, per una startup il passo seguente è spesso complesso, al punto da non arrivare mai: il percorso di crescita verticale si interrompe prima del salto successivo, l’azienda finisce in un limbo e, come spiegato dai fondatori, queste realtà diventano troppo mature per il venture capital tradizionale e contemporaneamente troppo piccole per attirare i grandi fondi di private equity. Il blocco non dipende quasi mai dal mercato o dal prodotto, ma da tre fattori critici interni: i Problemi di governance dovuti a scontri interni o visioni divergenti tra soci e investitori, la Cap-table congestionate, vale a dire strutture societarie frammentate o sbilanciate che spaventano i nuovi fondi e il Gap di execution manageriale, quando fondatori eccellenti nella fase di ideazione risultano privi dell’esperienza necessaria per gestire la scalabilità industriale. Djungle Bridge nasce proprio per evitare questo spreco di asset e competenze, rilevando le società prima che scivolino verso la liquidazione.
Con la nascita di Bridge, Djaungle Holding copre ora l’intera filiera dell’innovazione, partendo da Djungle SOLO, il braccio dedicato al venture building (creazione di startup da zero), passando per lo Space for Imagination, l’acceleratore di imprese esterne, per finire proprio con Djungle Bridge, il fondo focalizzato sul turnaround industriale.
Il fondo di bandiera, denominato Bridge I, punta a un obiettivo complessivo di raccolta pari a 50 milioni di euro, con un piano industriale che prevede l’avvio di un roadshow istituzionale mirato a coinvolgere fondazioni bancarie e investitori istituzionali e il lancio operativo e la prima chiusura della raccolta attesi entro la fine dell’anno corrente. Il target è molto preciso: startup italiane post-Series A che possiedono già un prodotto solido sul mercato e ricavi ricorrenti, ma che si trovano in una fase di stagnazione strutturale, una platea potenziale stimata in Italia di circa 1.000 startup che hanno raccolto capitali negli ultimi sette-otto anni senza fare il salto di qualità, di cui almeno 200 hanno già superato la soglia del Series A.
Il rilancio della startup avviene attraverso l’execution, con il fondo che acquisisce quote di maggioranza o controllo a valutazioni riviste al ribasso rispetto ai round passati, ripulendo la struttura societaria (cap-table), inserisce in azienda executive fractional, manager operativi a tempo parziale ma ad altissima esperienza, specializzati nella gestione e nel turnaround di PMI tecnologiche e punta a traghettare l’azienda verso il break-even finanziario entro una finestra definita, per poi pianificare un’uscita industriale o finanziaria pulita. La tabella di marcia prevede il completamento di 12 operazioni di ristrutturazione nei prossimi cinque anni.

