Private equity e venture capital: investimenti stabili, ma la raccolta crolla del 60%

Nel primo semestre 2026 il fundraising si ferma a 674 milioni di euro, ai minimi storici. Il buyout trainato dai grandi operatori internazionali tiene in piedi gli investimenti a 5,1 miliardi, mentre venture capital ed expansion segnano il passo

Mentre gli investimenti mostrano una tenuta sostanzialmente in linea con il 2025, il mercato italiano del private equity e venture capital registra una contrazione nella raccolta di nuovi capitali che riporta il fundraising ai livelli più bassi degli ultimi anni. A dirlo è l’analisi condotta da AIFI in collaborazione con PwC Italia, che certifica nel primo semestre 2026 una raccolta complessiva, inclusiva dell’ammontare fornito dalla casa madre, attestatasi a 674 milioni di euro, in calo del 60% rispetto ai 1.703 milioni del primo semestre 2025. Gli operatori che hanno raccolto nel periodo sono stati appena 21, contro i 29 dello stesso periodo dell’anno precedente e la raccolta sul mercato è stata pari a 574 milioni, in diminuzione del 54% rispetto ai 1.245 milioni del 2025.

Il dato sul fundraising rappresenta, per ammissione degli stessi protagonisti del settore, uno dei momenti più difficili nella storia recente del private capital italiano. “Nel primo semestre dell’anno il fundraising ha registrato, per il secondo anno consecutivo, una significativa contrazione”, ha dichiarato Innocenzo Cipolletta, presidente AIFI, sottolineando la necessità di “intervenire con misure forti e immediate per invertire questa tendenza. Senza nuove risorse non è possibile sostenere adeguatamente l’economia reale e, senza la crescita delle imprese, non può rafforzarsi la competitività del Paese”.

In “uno dei peggiori periodi della nostra storia” sul fronte della raccolta, spiega Anna Gervasoni, Direttore Generale di AIFI, “nessun fondo italiano ha fatto un closing di importanza significativa in questo primo semestre, abbiamo avuto tanti pezzettini di raccolta che cubano poco più di 600 milioni di euro su una ventina di operatori”, evidenziando come il mercato domestico soffra di una carenza strutturale di operatori di dimensione significativa.

Sul fronte degli investimenti, il semestre si chiude invece con un ammontare pari a 5.085 milioni di euro, in calo del 2% rispetto ai 5.215 milioni del primo semestre 2025, ma con profonde differenze per quanto riguarda il numero di operazioni diminuite a 291 (-21% rispetto alle 370 del 2025), distribuite su 207 società, mentre sono state 7 le operazioni di ammontare superiore a 150 milioni di euro, contro le 5 registrate nello stesso periodo dell’anno precedente, confermando come la tendenza generale a finanziamenti più corposi piuttosto che a pioggia sia consolidata anche in una situazione di difficoltà come la presente.

Una difficoltà del sistema di finanziamento nazionale dimostrata pienamente dalla crescita del buyout trainata quasi esclusivamente dai grandi operatori internazionali, che hanno investito 3.658 milioni di euro, pari al 72% del totale, mentre i soggetti domestici hanno realizzato il 69% del numero di operazioni, confermando una specializzazione del mercato: gli operatori esteri concentrano i grandi ticket, mentre i fondi italiani presidiano il segmento delle piccole e medie imprese. La vocazione del private capital italiano verso il segmento delle piccole e medie imprese è confermata anche dal dato delle aziende con fatturato inferiore ai 50 milioni di euro, che hanno attratto l’85% del numero totale di operazioni.

“Continua la crescita del buy-out, trainata dalle operazioni realizzate dai grandi operatori internazionali”, ha commentato Francesco Giordano, Private Equity Leader di PwC Italia. “I large e mega buy-out rappresentano circa due terzi del totale investito nel comparto, anche grazie all’ingresso di nuovi player internazionali che si sono affacciati per la prima volta sul mercato italiano”.

Fuori del buyout, la distribuzione per strategia di investimento evidenzia una contrazione generalizzata, con il venture capital comparto più attivo per numero di operazioni (188, pari al 65% dei deal), ma in flessione sia in termini di ammontare (-11%, a 404 milioni) sia di numero (-20%). In deciso calo anche l’expansion, che segna la contrazione più marcata: -66% nell’ammontare, a 92 milioni, e -57% nel numero di operazioni, scese a 13, mentre anche le infrastrutture registrano 13 operazioni contro le 20 del 2025, con un ammontare in calo del 35% a 1.105 milioni di euro. A livello settoriale, l’ICT domina per numero di deal (111 operazioni, 38%), mentre per ammontare investito prevalgono i beni e servizi industriali (1.415 milioni, 28%), seguiti dal manifatturiero-moda (827 milioni, 16%) e dai trasporti (817 milioni, 16%).

Il problema è, in definitiva, dimensionale per quanto riguarda il mercato italiano. Gli operatori di dimensioni significative sono pochi per stabilizzare il mercato, mentre i piccoli faticano tra la difficoltà di entrare in round significativi e finanziare progetti ad alto rischio. La soluzione, secondo AIFI, passa attraverso un processo di consolidamento in grado di creare campioni nazionali capaci di raccogliere capitali anche sui mercati internazionali.

Nonostante questo quadro negativo sul fundraising, però, gli operatori guardano con un cauto ottimismo alla seconda parte del 2026, partendo da alcuni big deal chiusi a luglio, definito un mese brillante, e facendo affidamento su un mercato comunque in crescita potenziale. La vera sfida, per il private capital italiano, sarà quella di ricostruire una base di raccolta domestica in grado di sostenere un mercato che, per numero di operazioni, resta saldamente nelle mani degli operatori nazionali. Senza nuove risorse, la capacità del settore di sostenere la crescita e l’innovazione del tessuto imprenditoriale italiano rischia di indebolirsi in modo significativo.