Il report “Signal – La fabbrica del venture italiano” analizza 15.012 imprese innovative e c’è una sorpresa: i modelli lineari superano la soglia più spesso del software e, sopra il milione, l’85% delle imprese sono PMI innovative, non startup
A metà settembre 2026 Djungle Bridge ha pubblicato il suo primo report sull’universo delle startup e PMI innovative italiane, intitolato “Signal – La fabbrica del venture italiano”. L’analisi si basa su un’estrazione del 26 luglio 2026 dalle sezioni speciali del Registro delle Imprese, comprendente 15.012 aziende: 11.806 startup innovative e 3.206 PMI innovative. Costituito da pochi mesi, Djungle Bridge è il veicolo di turnaround di Djungle Holding, gruppo industriale indipendente italiano fondato nel 2024 da Alessandro Nasi e Giulietta Testa, che gestisce l’intero ciclo dell’early stage attraverso tre verticali: Djungle SOLO (venture builder), Space for Imagination (acceleratore) e Djungle Bridge (fondo di turnaround). Il fondo è dedicato specificamente all’acquisizione e al rilancio di startup post-Series A in stagnazione, posizionandosi nel “gap di mercato” tra venture capital e private equity tradizionale.
Secondo Djungle Holding, in Italia ogni anno vengono chiusi circa 50 round Series A, ma 7 su 10 non portano a un round successivo e lo stock complessivo di startup in stagnazione strutturale è di circa 1.000 aziende, di cui circa 200 hanno già superato la soglia Series A. È questo il sostrato da cui parte il report, il cui dato più evidente riguarda proprio le startup innovative con almeno quattro anni di attività e una fascia di valore della produzione dichiarata: su 4.100 imprese, l’85,5% si colloca sotto i 500 mila euro di valore della produzione, mentre il 53% non supera i 100 mila euro. Soltanto il 6,4% ha oltrepassato la soglia del milione di euro.
La classificazione utilizzata dal report è costruita a partire dal codice ATECO delle startup e mette in discussione una delle convinzioni più diffuse nell’ecosistema dell’innovazione: essere digitali e teoricamente scalabili non coincide automaticamente con una maggiore capacità di raggiungere dimensioni economiche rilevanti. E infatti la novità è che, in un ecosistema dove l’AI e il digitale monopolizzano idee e soluzioni, in realtà chi rende di più tra le startup innovative con almeno quattro anni nel rapporto tra scalabilità teorica e dimensione economica raggiunta, sono quelle riconducibili a modelli lineari, capaci di superare il milione di euro nel 7,7% dei casi, contro il 5,7% di quelle focalizzate su software e prodotti digitali.
E non sono le startup a creare il vero valore dell’ecosistema dell’innovazione: considerando tutte le imprese innovative con almeno quattro anni di attività e fascia di produzione dichiarata, 1.749 registrano un valore della produzione superiore al milione di euro, ma soltanto 262 sono startup innovative. Le restanti 1.487 sono PMI innovative, pari a circa l’85% del totale. La parte dell’ecosistema che ha raggiunto una dimensione economica più significativa si concentra quindi soprattutto tra le imprese che hanno già superato la fase di startup.
Può essere una difficoltà? In parte sì. Ci troviamo di fronte a un ecosistema fortemente orientato all’innovazione, che emerge da tutti i recenti report di settore ed è confermato anche dall’analisi di Djungle Bridge dei requisiti dichiarati per l’iscrizione che registrano tra le startup innovative il 65,1% presentare investimenti in ricerca e sviluppo tra i requisiti posseduti, mentre il 17,6% dichiara almeno un brevetto o una privativa industriale, e questo dimostra che la propensione a creare nuove startup e nuove prospettive è ancora decisamente attiva nel nostro Paese. Ma poi solo in poche, pochissime riescono, e di dati sono lì a dimostrarlo: il percorso che conduce dall’idea al mercato e fino all’exit è fatto di strettoie e di rallentamenti dovuti a flussi diversi del Venture Capital secondo fasi storiche che, oggi, vedono rallentare l’entusiasmo della ricerca dell’unicorno immediato e prediligono la sicurezza di un avanzamento strutturato del progetto secondo canali predefiniti e meno rischiosi. È questo il momento storico attuale e la preminenza delle PMI ne è una prova concreta e misurabile: chi è riuscito a concretizzare negli anni passati il proprio progetto, si prende la parte maggiore del mercato e dei finanziamenti, mentre le prime fasi di nascita dell’innovazione stentano e producono, nel migliore dei casi, realtà che vivono in un limbo di valore che ne mette in discussione, ogni anno, l’esistenza.

