Sinfonia PNRR: senza armonia tra territori l’Europa suona fuori tempo

L’ultimo rapporto dell’ASviS certifica che grazie alle risorse europee il nostro Paese ha colmato circa il 39% del divario rispetto ai target fissati dall’agenda 2030

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza non può essere considerato un semplice strumento emergenziale: è una solida base di partenza per accompagnare l’Italia verso gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030. A dirlo con chiarezza è l’ultimo rapporto dell’ASviS – Alleanza Italiana per lo Svilippo Sostenibile, intitolato “L’impatto del Pnrr sullo sviluppo sostenibile dell’Italia e dei suoi territori” che certifica che grazie alle risorse europee, il nostro Paese ha colmato circa il 39% del divario rispetto ai target fissati dall’agenda 2030. Un risultato tutt’altro che trascurabile. Non si può però altresì trascurare quello che manca ossia circa 20 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi per completare il percorso. Questa cifra rappresenta uno scoglio ma anche un interessante banco di prova per capire se l’Italia e l’Europa saranno i n grado di trasformare una spinta straordinaria in una strategia strutturale. Entrando nel dettaglio del rapporto emergono le criticità più interessanti. La prima riguarda una evidente sperequazione nella distribuzione delle risorse. Non tutti gli Obiettivi di sviluppo sostenibile sono stati finanziati allo stesso modo: alcuni, come energia, innovazione e sviluppo urbano, hanno beneficiato di investimenti consistenti; altri, come la parità di genere, la riduzione delle disuguaglianze o la tutela degli ecosistemi, sono restati ai margini.

Ma la disomogeneità non è solo tematica. È anche territoriale. E qui il dato sorprende: non si tratta più della classica contrapposizione tra Nord e Sud. Accanto a regioni che hanno beneficiato di meno del PNRR, compaiono realtà come l’Umbria o le Province autonome di Bolzano e Trento. Un segnale che apparentemente sembra rompere schemi che pensavamo consolidati e ci obbliga a una lettura più complessa.

Le ragioni di queste differenze sono almeno due. Da un lato, fattori strutturali: territori più piccoli o con bisogni diversi richiedono investimenti inferiori ( basti pensare alla Valle d’Aosta, dove il fabbisogno stimato è di poche decine di milioni). Dall’altro lato, però, entra in gioco anche la capacità – e probabilmente la volontà politica – degli enti locali di intercettare, gestire e indirizzare le risorse. La partita più importante probabilmente si gioca proprio su questo campo perché se è vero che serviranno nuovi fondi, è altrettanto vero che non basterà stanziare a bilancio una più consistente dotazione finanziaria: senza una maggiore armonizzazione tra i diversi livelli di governo europeo, nazionale e locale il rischio è quello di rendere meno incisivi gli interventi.

L’immagine che meglio rappresenta questa sfida è quella di un’orchestra. L’Europa può essere il miglior direttore d’orchestra possibile, capace di scrivere una partitura puntuale e ambiziosa indicando i tempi e le battiture ma se gli strumenti ossia gli Stati membri, le Regioni, le amministrazioni locali non entrano insieme, non si accordano e non seguono la stessa linea, il risultato non sarà una sinfonia, ma un insieme disordinato di suoni. Il PNRR ha dato il “la”. Ora serve che tutti suonino la stessa musica.