Circular economy: leadership italiana a rischio senza innovazione e investimenti

Siamo i migliori nelle performance, ma stiamo disinvestendo proprio quando la circolarità rischia di diventare una questione di sicurezza nazionale

L’Italia si conferma un gigante dell’economia circolare, ma è un gigante dai piedi d’argilla che ha urgente bisogno di innovazione e nuova linfa finanziaria. Mentre il contesto geopolitico globale si fa sempre più instabile, anche a causa della crisi dello stretto di Hormuz, i dati presentati alla Conferenza nazionale sull’economia circolare 2026, un’iniziativa della Fondazione per lo sviluppo sostenibile in collaborazione con ENEA delineano un paradosso: siamo i migliori nelle performance, ma stiamo disinvestendo proprio quando la circolarità rischia di diventare una questione di sicurezza nazionale.

L’Italia è, a tutti gli effetti, il leader europeo della circolarità. Nel 2024, il nostro tasso di utilizzo circolare di materia (Cmu) ha toccato il 21,6%, distaccando nettamente la media UE del 12,2%. I dati si fanno ancora più impressionanti se guardiamo al tasso di riciclaggio, arrivato all’85,6% contro una media europea ferma al 41,2%.

Dal punto di vista dell’efficienza economica, le nostre imprese sanno fare “di più con meno”: l’Italia genera 4,7 euro di PIL per ogni chilogrammo di risorse consumate, il valore più alto tra le grandi economie del continente. Tuttavia, secondo l’Indice di circolarità del Circular Economy Network (CEN), siamo al secondo posto complessivo, superati dall’Olanda.

La situazione sembrerebbe rosea, ma questo primato è seriamente a rischio a causa della nostra estrema vulnerabilità esterna. L’Italia è la grande economia UE più dipendente dalle importazioni: il 46,6% delle materie prime trasformate proviene dall’estero. Solo nel 2025, questa dipendenza è costata al Paese quasi 600 miliardi di euro, con un aumento del 23,3% della spesa rispetto al 2021, a fronte di volumi di materiali importati addirittura in calo.

Con il protezionismo globale in crescita e le restrizioni all’export di materie prime critiche (come litio, cobalto e terre rare) quintuplicate negli ultimi 15 anni, la circolarità non è più solo una scelta “green”, ma una necessità industriale. Leggendo con attenzione il Rapporto 2026, si possono individuare tre aree critiche dove le startup tecnologiche possono fare la differenza:

  • Il recupero di Materie Prime Critiche: La dipendenza europea dal fosforo (82%) e dal magnesio è un rischio sistemico. Le innovazioni nel recupero dai fanghi di depurazione o dalla desalinizzazione circolare (la salamoia può contenere minerali per un valore di oltre 200 €/m³) sono, in questo ambito, frontiere ad alto potenziale di rendimento.
  • Water Resilience: La capacità di gestire le crisi idriche diventa fondamentale soprattutto nell’Europa meridionale, storicamente esposta alla scarsità idrica estiva. Qui le tecnologie per il riciclo dell’acqua e l’efficientamento degli impianti di depurazione sono ormai cruciali. Basti pensare che solo in Italia l’adeguamento normativo dei grandi impianti richiederà tra 800 milioni e 2 miliardi di euro di investimenti.
  • Digitalizzazione e nuovi modelli di business: Il calo degli investimenti privati in Italia (scesi da 13,1 miliardi nel 2019 a 10,2 miliardi nel 2023) rappresenta una criticità e suggerisce un mercato che attende soluzioni più scalabili e meno capital-intensive. È qui che il digitale può fare la differenza, ottimizzando il riuso, la riparazione e i modelli di leasing (Product-as-a-Service).

Come sottolineato da Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, la circolarità è ormai “un contenuto essenziale di una politica industriale all’altezza dei tempi”. Per le startup italiane la sfida è chiara: trasformare la leadership statistica del Paese in una sovranità tecnologica e materica, colmando quel vuoto di investimenti che rischia di frenare la transizione proprio nel momento decisivo.