In Cina, produttori di acciaio, cemento e polisilicio, oltre ai data center, per la prima volta dovrenno utilizzare, in quanto aziende energivore, quote prefissate di energia rinnovabile. È quanto stabilisce un provvedimento, preso dalla Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme (terzo dipartimento esecutivo del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese), che prevede precise percentuali di consumo energetico che i vari settori dovranno ricavare da fonti rinnovabili in ogni provincia del Paese.
Si tratta di un’estensione, rispetto al passato quando l’obbligo riguardava solamente le aziende produttive impegnate nel settore dell’alluminio elettrolitico, a gran parte dell’industria pesante, una decisione che avrà un sicuro impatto sulla mole di emissioni del Paese.

La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme specifica in una nota, che il provvedimento rientra nell’attuazione della “Legge sull’energia della Repubblica Popolare Cinese”, con lo scopo di contribuire al raggiungimento del picco di carbonio e della neutralità carbonica e promuovere lo “sviluppo di alta qualità” delle energie rinnovabili, che si dividono in due macro-categorie: idroelettrico e non idroelettrico.
Alcuni numeri: per il 2025, l’obiettivo medio è del 38% di energie rinnovabili, dal 70% per la provincia dello Yunnan, ricca di energia idroelettrica, al 24,2% per il Fujian. Per quanto riguarda gli obiettivi non idroelettrici si tocca il 30% nelle province con alta penetrazione di installazioni eoliche e fotovoltaiche come la Mongolia Interna, il Gansu e il Qinghai, mentre la regione montuosa del Chongqing ha un obiettivo più basso, il 10,8%.
Le autorità hanno specificato che ciascuna provincia, regione autonoma e municipalità “sarà valutata” in merito al rispetto dei target e che tali limiti saranno “vincolanti”.

