La rivoluzione verde è ormai inarrestabile. E nemmeno Trump può fermarla

Ci sono fenomeni economici che la politica può rallentare. E poi ce ne sono altri che, una volta raggiunta una massa critica, diventano semplicemente inevitabili. La transizione energetica appartiene sempre più a questa seconda categoria

La decisione di Google di acquistare l’intera produzione iniziale del maxi impianto fotovoltaico Steel River Solar, in Arkansas, rappresenta molto più di un investimento aziendale. È il segnale che la domanda di energia pulita non nasce più soltanto dagli obiettivi climatici dei governi, ma dalle esigenze concrete dell’economia digitale.

Per questo motivo la cosiddetta “dottrina Trump”, fatta di dazi, rilancio delle fonti fossili e minore sostegno alle rinnovabili, rischia di scontrarsi con una forza di mercato molto più potente delle decisioni politiche: la necessità. Oggi il principale motore della crescita delle energie rinnovabili non è l’ambientalismo. Sono i data center. È l’intelligenza artificiale. Sono le Big Tech. Google, Microsoft, Amazon e Meta stanno costruendo infrastrutture che richiedono quantità di elettricità mai viste prima. Ogni nuovo modello di intelligenza artificiale, ogni nuovo centro di calcolo, ogni nuovo servizio cloud aumenta in maniera esponenziale il fabbisogno energetico.

Ma questa energia deve avere due caratteristiche fondamentali: essere disponibile in grandi quantità ed essere sostenibile, perché gli stessi colossi tecnologici hanno assunto impegni sempre più stringenti sulla riduzione della propria impronta carbonica. Rinunciare a questi obiettivi significherebbe compromettere credibilità verso investitori, clienti e mercati finanziari. È qui che il fotovoltaico e l’eolico diventano non soltanto una scelta ambientale, ma un vero fattore competitivo.

Le aziende non acquistano energia verde per ragioni ideologiche. La acquistano perché costa sempre meno, è prevedibile nel lungo periodo e permette di ridurre il rischio legato alla volatilità dei combustibili fossili data anche la complessa situazione internazionale. La politica può modificare gli incentivi, può introdurre dazi, può rallentare autorizzazioni e finanziamenti. Ma fatica sempre di più a invertire una dinamica economica ormai alimentata direttamente dal mercato.

Mentre Washington rilancia il carbone e gli idrocarburi, sono proprio le grandi imprese private statunitensi a finanziare alcuni dei più importanti progetti di energia rinnovabile del Paese perché senza energia pulita, abbondante e a costi competitivi, semplicemente non possono sostenere la crescita dell’economia dell’intelligenza artificiale. Le dighe costruite dalla politica sembrano sempre più incapaci di arginare questo flusso:l’acqua trova sempre una strada. E la corrente che oggi alimenta la transizione energetica non nasce nei palazzi della politica, ma nei server delle Big Tech.

Per l’Europa, e per l’Italia, questa è forse la lezione più importante. La transizione ecologica non può essere considerata soltanto una politica ambientale. È ormai una politica industriale. Chi saprà produrre energia pulita, abbondante e a basso costo attirerà investimenti, data center, industrie ad alta intensità tecnologica e innovazione. Chi continuerà a leggere le rinnovabili come una semplice battaglia ideologica, rischia invece di perdere la competizione economica del prossimo decennio.