L’Ocean Equity Index (OEI) è il primo indice globale progettato per valutare in modo sistematico l’equità nella governance oceanica

Circa il 71% della superficie terrestre è coperto da acqua e oltre il 96% di essa è costituito da oceani. Questa dimensione fisica si traduce in una centralità sistemica: gli oceani regolano il clima globale, assorbono circa un quarto della CO₂, producono oltre la metà dell’ossigeno atmosferico e sostengono filiere economiche strategiche – dalla pesca all’energia offshore, dal trasporto marittimo alle biotecnologie marine. Non si può, perciò, prescindere dall’equità nell’accesso, nell’utilizzo e nella governance delle risorse marine se si vuole intavolare un ragionamento sulla sostenibilità e l’equità globale.
Negli ultimi due decenni la cosiddetta “blue economy” ha assunto un ruolo sempre più rilevante nei piani di sviluppo nazionali e sovranazionali. Tuttavia, la distribuzione dei benefici generati da queste attività è altamente asimmetrica e il problema non è solo ambientale ma è anche relativo alla distribuzione delle ricchezze e alla partecipazione ai processi decisionali
Negli anni, l’equità è stata frequentemente evocata come principio, ma raramente tradotta in indicatori strutturati, replicabili e verificabili e in questo contesto si colloca lo studio pubblicato su Nature, realizzato da un gruppo internazionale di ricerca che include la Stazione Zoologica Anton Dohrn che introduce l’Ocean Equity Index (OEI), il primo indice globale progettato per valutare in modo sistematico l’equità nella governance oceanica.
L’OEI si fonda su 12 criteri chiave che analizzano tre dimensioni fondamentali: il riconoscimento dei diritti e delle identità, la partecipazione effettiva ai processi decisionali e la distribuzione giusta di oneri e benefici derivanti dalle attività marine. Finalmente lo sfruttamento delle risorse marine diventa una variabile misurabile, confrontabile tra contesti geografici e settoriali differenti.
In un contesto in cui l’acqua, spesso viene definita “il petrolio di domani”, è destinata a diventare una delle principali risorse strategiche del XXI secolo, la capacità di garantire equità nell’accesso e nella gestione delle risorse marine assume una valenza culturale prima che politica ed economica. L’orizzonte temporale entro cui realizzare i goal dell’agenda 2030 si fa sempre più stringente e l’OEI va finalmente a riempire un vuoto strutturale: quello dell’assenza di parametri misurabili per valutare lo stato dell’arte dello sfruttamento degli oceani. Sfruttamento di risorse che diventano sempre più centrali:
Se il pianeta è prevalentemente blu, allora l’equità oceanica non è una questione settoriale: è una condizione necessaria per qualsiasi strategia credibile di sviluppo sostenibile globale.

