Il 2025 ci dice chiaramente che il valore di una startup oggi non è più misurato dalla sua “promessa” di crescita infinita, ma dalla sua capacità di diventare un asset indispensabile per i grandi player dell’economia reale

Il 2025 si è concluso confermando che l’era delle valutazioni gonfiate e delle quotazioni miliardarie delle startup è probabilmente terminata, lasciando il posto a una politica di acquisizioni industriali più mirata verso realtà solide. A rivelarlo è lo Studio annuale, e i relativi aggiornamenti del portale fino a febbraio 2026, condotto da Sifted Intelligence, il braccio analitico del Financial Times che incrocia dati proprietari con database globali come Dealroom e Crunchbase, basato anche sulla capacità dei fondi di Venture Capital di restituire capitali ai propri investitori (Limited Partners). Il report è relativo a startup fondate dopo il 2010 e con sede legale in Europa. In sintesi, risulta che i 100 VC più attivi del 2025 hanno privilegiato, per generare liquidità, la vendita delle proprie partecipazioni a partner industriali, piuttosto che attendere finestre di mercato favorevoli per la quotazione. Un riflesso indiretto, ma neanche tanto, delle ipervalutazioni del passato che hanno portato necessariamente ad aspettative di resa sempre maggiori e immediate.
L’Europa ha registrato quindi un totale di 860 exit nel corso del 2025, ma caratterizzato da una estesa riservatezza, poiché solo per 75 di queste operazioni (meno del 9% del totale) sono stati resi pubblici i dettagli finanziari. Anche questo dato ha una sua ragione: in un mercato dominato da acquisizioni “tattiche” piuttosto che da trionfali debutti in borsa da celebrare pubblicamente, anche la comunicazione cerca di non creare ulteriori aspettative. Sul numero totale di operazioni, però, un ragionamento approfondito e a largo raggio si può fare, per tastare il polso delle exit in Europa. Le IPO (Initial Public Offerings) sono rimaste le grandi assenti dell’anno, confinate a pochissime eccezioni nel Deeptech e nel Biotech, mentre è stato assoluto il dominio delle Acquisizioni Industriali (M&A), guidate da giganti che cercano di integrare l’Intelligenza Artificiale nei loro processi, seguite da un discreto numero di Buyout dei fondi di Private Equity.
Nello specifico, la ripartizione dettagliata delle operazioni per tipologia vede l’M&A (Fusioni e Acquisizioni) rappresentare circa l’85% del totale, ovvero circa 730 operazioni in deal portati a termine nella maggior parte da grandi aziende “legacy” o da scaleup mature che hanno acquisito startup più piccole per integrare tecnologie specifiche, in particolare nel campo dell’Intelligenza Artificiale, anche se le operazioni disegnano comunque un mercato frammentato fatto generalmente di acquisizioni “strategiche” di piccole dimensioni, spesso non rivelate finanziariamente. Tuttavia, le due exit europee più rilevanti sono comunque acquisizioni: quella della biotech londinese Vicebio da parte di Sanofi per 1,45 miliardi di euro, e quella della svedese, specializzata in AI applicata all’apprendimento, Sana Labs da da parte di Workday per 1 miliardo di euro.
Il settore del Private Equity e Buyouts (ovvero l’acquisizione della maggioranza da parte di fondi di investimento) si è confermato una sorta di “porto sicuro” e ha coperto circa il 12-13% del totale, per un numero vicino alle 110 operazioni, crescendo rispetto agli anni precedenti e permettendo a startup con fatturati solidi, ma crescita non più esplosiva per la quotazione in borsa, di “vendere” ai fondi di Private Equity, che offrono stabilità e una via d’uscita certa ai primi investitori (VC).
Borse europee freddissime invece per il tech, con le poche aziende che hanno tentato la quotazione che si sono rivolte spesso a mercati di nicchia o hanno preferito guardare agli Stati Uniti. Le IPO (Quotazioni in Borsa) sono state pertanto l’eccezione estrema, rappresentando solo il 2-3% del totale, ovvero circa 20 operazioni in tutta Europa.
La situazione dell’Italia nel contesto europeo delle exit è particolare. Positivamente, il ritardo nei confronti dei Paesi europei con un ecosistema startup consolidato su grandi cifre comincia a ridursi, visto che mentre l’Europa ha viaggiato a una velocità costante con una lieve crescita, l’Italia ha vissuto un anno record, chiudendo il 2025 con investimenti complessivi per 1,7 miliardi di euro e segnando un incremento del 20% rispetto all’anno precedente. Ancora da raggiungere rimane, però, la parità sul fronte proprio delle exit, che rimangono prevalentemente per tutto il 2025 di natura “add-on”, operazioni in cui aziende medie hanno assorbito startup per acquisire specifici talenti o tecnologie, mancando ancora quel “grande colpo” da oltre un miliardo di euro che definirebbe la maturità definitiva del nostro ecosistema e che la scalata proprio nei ranking di Sifted di campioni nazionali continuano a far sperare. Complice, probabilmente, una differente polarizzazione degli investimenti, che a livello europeo si focalizzano principalmente su AI e SaaS capaci di muovere grandi finanziamenti e corrispettive operazioni, mentre in Italia si assiste a una maggiore concentrazione su Fintech e Smart City, che rappresentano sicuramente gli asset del futuro, ma che ancora non trovano a livello globale la stessa importanza, e conseguente capacità di fuoco, di settori più immediatamente trasferibili e acquisibili dai grandi player dell’economia reale. La sfida del 2026 sarà proprio quella di trasformare il record di capitali raccolti nel nostro Paese in exit di qualità che possano rimettere in circolo ricchezza e competenze.

