Startup: il decalogo per sopravvivere (e crescere) secondo commercialisti e accademici

Pubblicate le prime Linee guida per la sostenibilità delle startup, progetto firmato CNDCEC e SIDREA che prova a fare chiarezza su business plan, rischi, ESG e valutazione d’impresa

La percentuale di imprese innovative che supera i primi anni di vita è ancora troppo bassa, nonostante le startup rappresentino uno dei motori acclarati dell’economia e costituiscano oggi un ecosistema resiliente e in crescita. Tuttavia, sempre più evidenti sono le difficoltà che una startup deve affrontare: dalla sua nascita alla validazione del prodotto, dai primi round allo scaling. E non tutte, appunto, ci riescono. Anzi, solo in pochissime ce la fanno.

Per provare a dare una risposta strutturata a questo problema il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili (CNDCEC) e la Società Italiana dei Docenti di Ragioneria e di Economia Aziendale (SIDREA) hanno pubblicato delle “Linee guida per la sostenibilità delle startup. Gestione, rendicontazione e valutazione”. Si tratta di un progetto biennale che unisce il mondo accademico e quello professionale, “una prima esperienza collaborativa che potrà avere interessanti e proficui sviluppi in futuro, al fine di rafforzare il dialogo tra il mondo universitario e professionale”.

Le startup arrivano al centro dell’interesse di politici, studiosi e imprenditori perché, in particolare le cosiddette “gazzelle”, imprese con meno di 5 anni che crescono almeno del 20% all’anno per tre anni consecutivi, sono “formidabili creatrici di posti di lavoro netti, che non sono di sostituzione, ma costituiscono nuova occupazione qualificata, dotata di elevata capacità di creare valore e di innovare”. Ma il tasso di mortalità resta elevatissimo a causa di “carenza di reputazione”, dovuta al fatto che una startup non ha una storia e quindi non ha bilanci che possano testimoniare la sua affidabilità, “carenze manageriali e di risorse umane con elevata esperienza e qualificazione”, “sottocapitalizzazione”, “elevato indebitamento e rischio finanziario” e, spesso, errori di valutazione sulla domanda di mercato o sul dimensionamento della capacità produttiva.

Ecco allora che l’obiettivo delle Linee guida è proprio quello di “contribuire a mitigare l’elevata fragilità delle imprese giovani e delle startup, che spesso cessano di esistere a causa di errori di valutazione commessi nella fase di avvio”. Se queste linee guida si diffonderanno nella prassi, “non soltanto si ridurrà l’enorme spreco di risorse che si accompagna alla precoce estinzione di percentuali molto elevate di imprese nei primi anni di vita, ma si favorirà anche la nascita di startup sane”. Andiamone a vedere i punti principali.

Il cuore operativo del documento è il business plan, definito come “l’unico strumento che consente di affrontare razionalmente, ossia mediante un modello logico-analitico, le scelte fondamentali già nella fase di avvio di un’impresa, simulandone gli effetti attesi, la capacità di colmare carenze informative e reputazionali e di prevenire errori”. Il business plan serve a “porre in luce punti di debolezza ed errori che sono causa di vulnerabilità delle startup” e può colmare la carenza di reputazione “attraverso un credibile piano che dimostri agli stakeholder la capacità dell’impresa di mantenere fede ai propri impegni e di meritare la loro fiducia”. Il piano “evidenzia eventuali problemi di sottocapitalizzazione e conseguente elevato indebitamento, ponendo in luce l’esigenza di porvi rimedio prima di avviare l’impresa, riducendo così il rischio finanziario”.

Quindi, una serie di numeri, perché per una startup i tradizionali indicatori di redditività spesso non bastano. Il documento introduce metriche specifiche, fondamentali per la sopravvivenza: dal Gross burn rate, che “misura quanto l’impresa spende ogni mese” (spese operative totali/numero di mesi) al Net burn rate, che “indica la perdita netta mensile, ovvero quanto capitale si consuma effettivamente” (spese – entrate/numero di mesi), fino al Cash runway, ovvero “la quantità di tempo per cui un’azienda può sopravvivere prima di accedere ad ulteriori finanziamenti” (liquidità rimanente/burn rate). Senza tralasciare due leve fondamentali: la Leva finanziaria che “misura il peso del capitale di debito rispetto al capitale proprio” e la Leva operativa che “misura quanto i costi fissi incidano sulla redditività di un’impresa rispetto alle variazioni del fatturato”. Questi indicatori permettono di stimare il rischio finanziario e operativo e sono essenziali per capire “quando sarà necessario ricorrere a nuovi finanziamenti o, in alternativa, ridurre i costi operativi per evitare l’insolvenza”.

Uno dei capitoli più innovativi riguarda poi l’integrazione dei criteri ESG (Environmental, Social, Governance) nelle startup. L’ESG viene definito come “il processo di governo, che include la contabilizzazione, gestione e rendicontazione degli aspetti ambientali, sociali ed economici derivanti dalle relazioni strumentali tra l’impresa e il suo contesto sociale e ambientale”, secondo un approccio non ideologico, bensì “orientato all’integrazione dei principi e strumenti” in maniera tale da “rappresentare un fattore determinante per ottenere un vantaggio competitivo anche per le startup”. Il documento riconosce tuttavia che l’implementazione può essere costosa e richiedere competenze che spesso mancano, e propone un approccio graduale e semplificato, suggerendo l’adozione del modello VSME-ESRS (Voluntary Sustainability Reporting Standard for non-listed SMEs) sviluppato dall’EFRAG.

L’ultimo capitolo affronta il tema più complesso e, in definitiva, aleatorio: la valutazione economica delle startup. La premessa è che “operando in contesti di elevata incertezza, con modelli di business in fase di sviluppo e un’alta dipendenza da fattori intangibili e innovativi, le startup non possono basare la loro valutazione su flussi di cassa storici e consolidati”, e i metodi tradizionali come il Discounted Cash Flow (DCF) risultano “meno attendibili”. Il documento propone approcci alternativi come il Venture Capital Method che presta “particolare attenzione al valore finale che la startup sarà in grado di raggiungere in sede di disinvestimento (exit) e al rendimento atteso dall’investitore”, il First Chicago Method che “combina un’analisi basata su tre scenari: uno pessimistico, uno ottimistico e uno intermedio” per tenere conto dell’incertezza e la Valutazione relativa che prevede l’utilizzo di multipli forward (come EV/Sales) su base prospettica, con correzioni per “rischio di fallimento”, “illiquidità” e “non diversificazione”. Elemento chiave sarà sempre la scalabilità del modello di business: “la capacità di scalare rapidamente, aumentando i ricavi senza incrementi proporzionali dei costi, è un indicatore chiave del valore futuro di una startup”.