Il BioTech punta sull’immunologia, tra megaround e corporate venture

Asset di finanziamento ben definiti e round enormi e meno numerosi stanno portando il mercato del BioTech oltre i 90 miliardi di dollari

I round di finanziamento si fanno sempre più grandi e sempre meno numerosi, con poche super-operazioni da centinaia di milioni di dollari che assorbono la maggior parte delle risorse e una destinazione delle risorse decisamente orientata verso i settori dell’oncologia e dell’immunologia, capaci di attrarre nel primo semestre del 2026 oltre 39 miliardi di dollari su un totale di 90. L’analisi del BioTech condotta da BioPharma Dive, che ha monitorato l’attività dei principali investitori del settore, delinea un comparto in profonda riorganizzazione dove i corporate venture delle grandi farmaceutiche giocano un ruolo sempre più centrale e la Cina si afferma come fonte inesauribile di asset innovativi.

I numeri raccontano un primo trimestre del 2025 in cui il round mediano tra le società tracciate da BioPharma Dive ha superato quota 93 milioni di dollari, e nei tre trimestri precedenti aveva già varcato la soglia dei 100 milioni. Dei 4,1 miliardi complessivamente investiti in quel periodo, circa 3,2 sono arrivati attraverso i cosiddetti “megaround”, operazioni da oltre 100 milioni. Si tratta di un numero di questi super-finanziamenti più che raddoppiato in due anni, passanto da 42 nel 2023 a 72 nel 2024, con altri 13 già registrati nei primi tre mesi del 2025. Tra le operazioni più eclatanti spiccano i 600 milioni di dollari raccolti da Isomorphic Labs per la scoperta di farmaci basata sull’intelligenza artificiale, i 411 milioni di Verdiva Bio nel campo dell’obesità e i 351 milioni di Eikon Therapeutics in oncologia.

La scelta strategica degli investitori è precisa: si è disposti ad accettare una maggiore diluizione delle proprie quote in cambio di aziende con solide prospettive di sopravvivenza e crescita, senza disperdere le risorse in decine di startup destinate a tornare presto a cercare nuovi capitali. E proprio il prolungato rallentamento dei finanziamenti alle startup biotech ha creato le condizioni per l’ascesa di un attore destinato a cambiare le regole del gioco: i corporate venture, ovvero i bracci di investimento delle grandi case farmaceutiche. A differenza dei tradizionali fondi di venture capital, che dipendono da limited partners spesso soggetti a cicli di raccolta e vincoli di liquidità, questi investitori attingono direttamente dalle casse delle società madri, garantendo una fonte di capitale più stabile e la libertà di adottare strategie di lungo periodo. Novo Holdings, ad esempio, ha partecipato a 18 round di venture private nel corso del 2025, più di qualsiasi altro dei soggetti monitorati, mentre Eli Lilly e Sanofi Ventures hanno contribuito a 13 round ciascuna.

L’ingresso del corporate venture rappresenta anche un valore aggiunto che va oltre il capitale, arrivando a rappresentare un vero e proprio sigillo di qualità, una validazione che apre le porte ai mercati e alle grandi operazioni di M&A. Secondo i dati BioPharma Dive, infatti, almeno il 70% delle IPO biotech dal 2022 ha incluso un corporate venture tra i propri sostenitori, e tutti questi IPO hanno raccolto almeno 50 milioni di dollari. La stessa percentuale sale al 60% se si guarda alle biotech acquisite nello stesso periodo.

La concentrazione settoriale è forse il tratto più caratteristico del biotech del 2026. Oncologia e immunologia assorbono oltre il 40% del totale degli investimenti, sia in termini di numero di aziende finanziate che di ammontare raccolto. Dei 90 miliardi di dollari complessivamente investiti nel primo semestre, oltre 39 sono confluiti in aziende che sviluppano farmaci per il cancro e le malattie immunologiche. Un vantaggio di questi asset è rappresentato dal fatto che oncologia e immunologia presentano un fattore tempo meno pressante, il che rende questi ambiti destinazioni di investimento più resilienti.

Geograficamente (e di conseguenza politicamente a livello globale), parliamo di comparti dove è sempre più crescente ruolo della Cina come fonte di asset farmaceutici: nel primo trimestre del 2025, startup come Verdiva Bio, Windward Bio, Timberlyne Therapeutics e Ouro Medicines hanno debuttato con round a nove cifre per finanziare candidati farmaceutici di origine cinese e nel solo primo semestre del 2025, quattro società formate attorno a farmaci scoperti in Cina hanno raccolto round di finanziamento iniziali di almeno 50 milioni di dollari, superando il totale dei due anni precedenti combinati.

Il 2025 è stato un anno però di assestamento, caratterizzato da forti alti e bassi per il BioTech, con i finanziamenti alle startup hanno subito un drastico calo nel secondo trimestre e i “first financing” scesi da 2,6 miliardi a 900 milioni di dollari, il totale più basso degli ultimi cinque trimestri. Il venture funding complessivo è crollato da 7 miliardi a 4,8 miliardi, il peggior risultato trimestrale degli ultimi tre anni. A causare quest’altalena, le preoccupazioni per le tariffe farmaceutiche, i tagli ai finanziamenti alla ricerca, i cambiamenti nella leadership delle agenzie sanitarie pubbliche e il ritiro degli investitori crossover che tipicamente supportano i round pre-IPO. Il rimbalzo del quarto trimestre e l’emergere di nuovi settori di frontiera nel 2026 delinea un futuro in profonda riorganizzazione, dove il capitale si concentra in operazioni sempre più selettive, i corporate venture prendono il posto dei fondi tradizionali e la geografia degli asset si ridisegna con la Cina protagonista. Un cambiamento strutturale che l’attore politico sarà necessariamente chiamato a gestire e normare in un’ottica di salute pubblica in via di ridefinizione, anch’essa, di fronte ai miliardi investiti nella ricerca da colossi pubblici, ma soprattutto privati.