Di fronte alle sfide di un mondo geopoliticamente spaccato, l’ex Presidente della BCE traccia la rotta per un’Europa che non vuole solo sopravvivere, ma tornare a guidare l’innovazione globale. Tra costi energetici dimezzati e la corsa all’IA, ecco cosa significa la visione di Draghi per chi fa impresa oggi
Mario Draghi non ha usato mezzi termini nel discorso pronunciato ad Aquisgrana, dove gli è stato conferito il Premio Carlo Magno 2026, il 14 maggio: il mondo che ha permesso all’Europa di prosperare finora non esiste più. Con un’America sempre più unilaterale e focalizzata sui propri interessi e una Cina che genera surplus industriali massicci, l’Europa si ritrova in una posizione inedita: “davvero soli insieme”. Per l’ecosistema delle startup e del venture capital, questo significa che il vecchio modello di crescita basato sulla domanda estera e sulla sicurezza geopolitica delegata ad altri è ufficialmente finito.
Oggi, il fabbisogno di investimenti per la transizione energetica, la difesa e il digitale è salito a circa 1.200 miliardi di euro l’anno. Una cifra monumentale che richiede una crescita economica non più procrastinabile, e che vede nell’innovazione tecnologica l’unico vero motore disponibile. Uno dei punti più forti del discorso di Aquisgrana riguarda il legame strettissimo tra sostenibilità e competitività industriale. Per una startup, specialmente per chi opera nel deep-tech, nel manifatturiero avanzato o nella gestione dei data center, il costo dell’energia è diventato una variabile di vita o di morte.
Draghi ha rivelato un dato impressionante: nei Paesi europei con quote più elevate di energia pulita, i cittadini e le imprese hanno pagato, in media, circa la metà dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità rispetto a quelli ancora legati ai combustibili fossili. L’integrazione delle reti e degli stoccaggi transfrontalieri, quindi, non è più solo un obiettivo ecologico o un manifesto “green”, ma una precisa strategia industriale per rendere le nostre imprese meno sensibili agli shock energetici mondiali e drasticamente più competitive.
Per chi si occupa di innovazione, il monito di Draghi sulla produttività è un campanello d’allarme impossibile da ignorare: dal 2019 a oggi, il divario di produttività tra Europa e Stati Uniti è aumentato del 9%. Questo gap è alimentato dalla digitalizzazione profonda delle imprese americane, un vantaggio competitivo che rischia di diventare definitivo con l’esplosione dell’Intelligenza Artificiale. L’IA non è un semplice software da integrare, ma richiede una mobilitazione industriale su una scala mai vista prima: investimenti massicci in semiconduttori, infrastrutture di calcolo ed energia. Il divario negli investimenti fa tremare i polsi: gli USA prevedono di spendere cinque volte più dell’Europa nella costruzione di data center entro il 2030. Se l’Europa vuole competere e trattenere i propri talenti, deve mobilitare i propri capitali e i risparmi privati, oggi drammaticamente frenati da mercati finanziari nazionali frammentati che impediscono alle startup di trasformarsi in scale-up continentali.
La soluzione proposta da Draghi per superare lo stallo delle decisioni e i veti incrociati dei 27 Stati membri è il federalismo pragmatico. L’idea è tanto semplice quanto rivoluzionaria: permettere ai Paesi che vogliono procedere più velocemente in settori strategici (come energia, tecnologia e difesa) di farlo, senza essere bloccati da burocrazie o ritardi dei partner più scettici. Per il nostro ecosistema dell’innovazione, questo significherebbe la nascita di un mercato unico dei capitali e delle tecnologie davvero integrato. Draghi immagina la nascita di veri “campioni europei” capaci di sfidare le Big Tech americane e cinesi, non attraverso sussidi nazionali inefficienti (che creano solo frammentazione), ma grazie alla competizione su un campo di gioco livellato e supportato da una strategia politica comune.
Nonostante la durezza della diagnosi, il messaggio finale di Draghi è di profonda fiducia. Le crisi recenti stanno spingendo l’Europa a riconoscere ciò che ha in comune e le proprie potenzialità inespresse. La sfida per i founder, gli investitori e gli innovatori di oggi è cogliere questa trasformazione in atto: l’Europa è chiamata a trasformare l’ennesima crisi in unione, mettendo la sostanza e l’esecuzione davanti ai processi burocratici. Le startup non sono solo spettatrici di questo cambiamento, ma il carburante indispensabile per difendere la prosperità e il futuro del Continente.

