Tra investimenti miliardari in infrastrutture AI e la rivolta dei territori, il settore dei data center è a un bivio: continuare a espandersi consumando suolo ed energia, o evolvere verso modelli più sostenibili ed efficienti
Il vero snodo del futuro dell’Intelligenza Artificiale è rappresentato sempre più dai data center. Potenze di calcolo inimmaginabili necessitano di strutture capaci di consumare quanto una città di grandi dimensioni e di spazi enormi su cui costruire le infrastrutture necessarie. In poche parole: il cloud ha bisogno, paradossalmente, di enorme spazio. Ma la rivoluzione dei data center si trova in una situazione paradossale: evolvere verso il gigantismo (di spazi, consumi e denaro) o ricercare soluzioni alternative, favorite magari da un nuovo impianto legislativo che, mettendo un freno alla ricerca di territori da colonizzare con infrastrutture, permetta comunque uno sviluppo sostenibile della potenza necessaria.
L’Europa, in questo senso, sembra rappresentare meglio ancora degli USA, le due anime del problema. Se da un lato la francese Mistral AI, uno dei “unicorni” più dirompenti, ha ottenuto a marzo un maxi-finanziamento da 830 milioni di dollari (sostenuto da sette banche tra cui BNP Paribas, Bpifrance e HSBC) per costruire un data center proprietario a Bruyères-le-Châtel, alle porte di Parigi, una struttura che ospiterà 13.800 chip Nvidia GB300 puntando a diventare il fulcro di una rete europea di capacità computazionale distribuita, con l’obiettivo dichiarato di raggiungere i 200 Megawatt entro il 2027, dall’altro proprio dall’Italia si iniziano a vedere gli effetti di una sorta di “reazione dei territori”, con la Lombardia, regione nazionale leader quanto a strutture per l’AI, ha approvato una legge che introduce oneri di costruzione maggiorati fino al 200% per chi vuole realizzare data center in aree verdi o agricole. L’obiettivo è frenare quella che è stata definita una “corsa all’acquisto di terreni senza tempi e progetti chiari”, che vede la regione raccogliere da sola il 63% delle richieste di autorizzazione italiane.
Il caso lombardo è emblematico di un problema globale: una ricerca di Capital Group stima che entro il 2026 il consumo globale di energia dei data center potrebbe più che raddoppiare, raggiungendo i 1.000 Terawattora, l’equivalente del fabbisogno annuo dell’intero Giappone, visto il rapporto di consumo energetico di 10 a 1 tra la singola query su ChatGPT rispetto a una ricerca su Google. Ma è l’impatto fisico quello a sollevare maggiori resistenze nei territori interessati: perché tutta questa energia, da qualche parte, va prodotta e da un’altra consumata in strutture sempre più enormi. L’hinterland milanese conta già 33 data center attivi, con decine in cantiere o in valutazione e la risposta della Regione è stata quella di disincentivare la cementificazione del verde applicando un 100% di oneri in più nelle aree agricole e il 200% nei parchi, favorendo invece il recupero di aree industriali dismesse. Era accaduto per il nucleare, sembra ritornare per l’Intelligenza Artificiale: la sindrome NIMBY (Not In My Back Yard) applicata all’era digitale vede privati e aziende che vogliono assolutamente l’AI, ma nessuno che ammette la centrale elettrica, o il data center attivo h24, sotto casa.
La soluzione, secondo i report di Frost & Sullivan, non può che essere tecnologica, quella del cosiddetto “AI Infrastructure Unbundling”, l’abbandono del modello tradizionale di server monolitici a favore di “piscine” di acceleratori, memoria e sistemi di raffreddamento disgregati. Con l’aumento della densità dei chip, i nuovi data center stanno abbandonando i raffreddatori ad aria (che consumano il 40% dell’energia non IT) per sistemi a liquido diretto o a immersione, recuperando il calore per il teleriscaldamento cittadino (un trend già visto nei Paesi nordici), mentre startup come Emerald AI o Hammerhead stanno sviluppando software che rendono i data center “grid-friendly”, cioè capaci di modulare i carichi di lavoro in base alla disponibilità di energia rinnovabile sulla rete, abbassando i picchi di consumo, così come prende sempre più piede l’idea di alimentare mega data-center con SMR (Piccoli Reattori Modulari) dedicati, scollegandosi dalla fragilità della rete elettrica pubblica.
Sarà possibile un modello italiano, capace di coniugare rispetto e tutela del suolo con il ruolo sempre più evidente del nostro Paese come hub del Mediterraneo? Efficienza e sostenibilità sembrano essere le linee guida che possono conciliare legislatori e imprenditori verso i data center del futuro: meno visibili e più integrati, interrati, raffreddati a liquido, alimentati da energie programmabili e collocati in aree già compromesse come i dismessi siti industriali.

