
Contenuto esclusivo StartupNewsItalia. Il report del Reuters Institute for the Study of Journalism per il 2026 prevede un anno di profonda metamorfosi per l’industria dei media, costretta tra l’avanzata dell’Intelligenza Artificiale Generativa e l’esplosione dell’economia dei creator. L’analisi del Direttore Responsabile
Sui maggiori motori di ricerca del web, la risposta arriva immediata, ma non nel senso in cui abbiamo inteso l’immediatezza negli anni precedenti, quando Google e compagnia ci proponevano una lunga lista di link attraverso i quali navigare. La risposta ci arriva proprio immediatamente, prima dei link, prima delle pagine web in cui navigare per raccogliere le informazioni. Google ci propone subito la risposta tramite AI Overviews, una spacia di riassunto dei contenuti dei siti indicati poco sotto che, generalmente, ci soddisfa a tal punto da non aver più alcune necessità di aprirli. E questo è un problema. Perché, se gli utenti ottengono risposte direttamente nelle interfacce, senza più bisogno di cliccare sui link dei siti d’informazione, con l’ascesa degli “Answer Engines” (motori di risposta come Google AI Overviews, ChatGPT e Perplexity), l’informazione on-line potrebbe crollare nel traffico da ricerca di una percentuale superiore al 40% nei prossimi tre anni. Con tutte le conseguenze per la correttezza e la qualità dell’informazione che derivano dal potersi creare un’opinione su un qualsivoglia argomento semplicemente col semplice riassunto dei contenuti fornito dell’Intelligenza Artificiale, senza alcuna ulteriore necessità di approfondimento, verifica e valutazione della correttezza, dell’affidabilità e della completezza dell’informazione stessa.
È forse questo il dato più allarmante, nelle sue conseguenze, che emerge dal Report 2026 del Reuters Institute for the Study of Journalism, la possibilità di un’informazione poco accurata, che aggrega dati e notizie in maniera acritica al fine di dare un colpo d’occhio generale, e generalistico, delle problematiche. In fondo, non un’informazione di qualità, che può andare bene fin quando si parla di statistiche e report di dati, o di risultati sportivi, ma che rischia di tralasciare il momento dell’analisi, dell’articolo corposo, della comparazione tra dati e notizie per crearsi una visione critica.
Ma dai rischi nascono anche le opportunità. Così come quei cambiamenti che la tecnologia favorisce, o impone, con il suo impatto totalizzante. Ecco quindi che dal report emerge una ben definita tendenza dei media a spostare il focus dalle “metriche di volume” (clic e visualizzazioni) a relazioni dirette con l’utente tramite newsletter, podcast e app proprietarie e a richiedere ai propri giornalisti di comportarsi più come creator, mettendo la faccia e la personalità nei contenuti secondo una vera e propria Strategia “Creator-led” dichiarata dal 76% degli editori. Ne esce una nuova figura del giornalista che potrebbe rimanere ambigua, a metà strada tra l’analista di notizie e il creatore di consenso/influencer, sicuramente molto più protagonista insieme alla notizia, certamente nella posizione di legittimare la notizia proprio grazie (o forse troppo grazie) alla sia influenza e credibilità come creator, piuttosto che in dipendenza del valore in sé dell’elaborazione.
Il rischio dei contenuti di bassa qualità generati in massa dall’AI è una sfida, che i media leader intendono affrontare non solo modificando la figura del giornalista verso un rapporto fiduciario diretto con il lettore/fruitore, ma anche fortunatamente investendo raddoppiando gli investimenti su ciò che le macchine non possono replicare, quali Inchieste originali (+91%) e analisi contestuali (+82%) e Video-fication, un massiccio spostamento verso il video (+79%) e l’audio (+71%), formati percepiti come più autentici e difficili da automatizzare senza perdere l’anima del racconto.
Nonostante questo amore/odio per l’AI, resta il fatto che l’Intelligenza Artificiale è ormai per tutti non più una curiosità tecnologica, ma una componente infrastrutturale. Il report evidenzia infatti come il 97% degli editori consideri l’automazione del “back-end” fondamentale per la propria sopravvivenza con una certa dose di ottimismo, visto che il 44% vede nel suo utilizzo risultati promettenti e il 67% dichiara che l’AI non ha ancora portato a tagli di posti di lavoro, ma piuttosto a una ridefinizione dei ruoli. La nostra opinione è che l’AI è ormai divenuta indispensabile per la costruzione di news basate su una diffusa ricerca di dati e di storici, perché velocizza enormemente i tempi di ricerca. Tuttavia, il suo solo utilizzo rischia la produzione di aggregati in forma di news suddivisi in capitoli volti a suscitare l’interesse più degli algoritmi di Google che del lettore. Ecco pertanto che la mole incredibile di dati, una mole che può essere aggregata, integrata e rimodulata con poche indicazioni all’Intelligenza Artificiale (sebbene, anche in questo caso, si potrebbe delineare una nuova figura di giornalista, quella di chi sa parlare correttamente all’AI evitando le famose “allucinazioni”), dovrà necessariamente condurre a una riscoperta dell’analisi umana, dell’interpretazione e della visione in prospettiva, di quel plus proprio e specifico che rende un articolo basato su dati comuni, conosciuti e conoscibili da chiunque nell’Articolo con la A maiuscola capace di fornire una lettura esclusiva di quei dati e informazioni.
Con l’esplosione dei contenuti sintetici, il 2026 sarà l’anno della Verifica, e il report prevede un aumento della domanda di esperti in fact-checking e tecnologie di certificazione dei contenuti (come il watermark digitale) per proteggere la reputazione dei brand giornalistici dalle campagne di disinformazione alimentate da bot attraverso la Disintermediazione, dove l’AI risponde al posto del giornalista, obbligando i media a cercare nuovi canali di distribuzione (come WhatsApp o YouTube) e una Personalizzazione Agente-centrica sempre più estrema, in cui non cercheremo più le notizie, ma saranno i nostri agenti AI personali a selezionarle e sintetizzarle per noi. La riscoperta e la tutela dell’Autenticità umana in un mare di contenuti sintetici, rappresenterà necessariamente quella risposta a questi rischi che renderà il valore del “testimone oculare” e del professionista umano un bene più prezioso e costoso.
E le startup? Anche in questo caso, l’evoluzione dell’ecosistema mediatico porrà delle scelte, dei bivi e la possibilità di intervenire positivamente nel rapporto tra AI e informazione corretta e di qualità. Seguendo, a nostro parere, tre linee di sviluppo. Innanzitutto, la certificazione dell’autenticità dei contenuti: se in Italia, ad esempio, la Digital Trust (Fiducia Digitale) ha superato il valore di 2 miliardi di euro nel 2025, startup che elaborano prodotti in grado di certificare l’autenticità dei contenuti media, dagli articoli all’audiovideo, e proprio grazie all’Intelligenza Artificiale, saranno sempre più richieste dai grandi brand dell’informazione. Quindi startup, e ce ne sono già nel settore, capaci di lanciare agenti AI in grado di creare sistemi di informazione attorno alla singola notizia o al singolo argomento, percorsi di lettura interni, ma anche esterni, alla singola testata capaci di far spaziare l’utente tra le news di uno stesso macro-argomento senza perdersi, curando l’evoluzione storica e dei dati della notizia, permettendo di andare avanti o indietro o di richiedere focus e approfondimenti su un singolo aspetto che renderanno le testate più all’avanguardia autostrade di percorsi interni strutturati da Agenti AI secondo le richieste, le conoscenze e i gusti del lettore (e in tal senso, perché non un abbonamento specifico per chi volesse utilizzare una simile funzione all’interno di una testata on-line?). Ultima, ma certamente non in ordine di importanza, l’immersione nella notizia che l’AI può oggi garantire a livelli impensabili fino a pochissimi anni fa. E immersione nel senso letterale del termine: la creazione di digital-twins degli ambienti, dei personaggi e delle vicende in cui si svolge la storia è oggi dietro l’angolo, e domani il lettore potrà vivere la notizia dal di dentro, essere “presente” nei luoghi degli eventi attraverso la realtà aumentata o virtuale, toccare con mano la storia, l’economia e la società. La sofferenza. E chissà, magari sentirsi alcuni eventi che accadono nel mondo sulla nostra pelle come se fossimo noi a viverli in prima persona, forse e grazie all’Intelligenza Artificiale, potrebbe renderci più umani.

