
Contenuto esclusivo StartupNewsItalia. Il nostro Paese è più veloce nella crescita percentuale, ma rimane ancora distante dai volumi di capitale dei “Big 3” europei
La sostenibilità e l’innovazione tecnologica hanno un impatto sempre più importante nell’industria della moda italiana: la sostenibilità non è più un accessorio di marketing o di nicchia, ma il motore di una filiera che vale oltre 18 miliardi di euro in termini di economia circolare complessiva e circa 1,4 milioni di tonnellate di prodotti tessili ogni anno immessi nel mercato. La sfida risiede nella capacità di recupero, sollecitata anche dall’introduzione dei regimi di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) e dall’obbligo del Passaporto Digitale del Prodotto, che rendono la tracciabilità il nuovo standard su cui misurare il valore e la qualità di un prodotto. Anche il mercato del second-hand e del noleggio ha registrato una crescita costante del 7% annuo, con un consumatore su tre che sceglie regolarmente capi rigenerati o usati, spingendo il fatturato globale del settore oltre i 7 miliardi di dollari.
In Italia sono all’incirca 150 le startup circular-by-design, realtà concentrate per oltre il 30% in Lombardia, impegnate in settori quali la Material Innovation, che propongono capi prodotti con la trasformazione di scarti in “pelli” vegetali e tessuti tecnici o il Fashion-Tech incentrato sulla realizzazione di piattaforme che integrano la blockchain per garantire che ogni fibra possa essere ricondotta alla sua origine. La Logistica del Recupero costituisce inoltre il punto di partenza delle produzioni, con soluzioni innovative per ottimizzare la raccolta differenziata del tessile, che oggi punta a intercettare quote di rifiuto post-consumo sempre più alte. Molte realtà uniscono i tre ambiti: ricercano materiali di recupero, ne garantiscono la piena tracciabilità e gli donano nuova vita in oggetti di arredamento o di abbigliamento che uniscono l’innovazione tecnologica alla riscoperta di elementi, fibre e disegni fashion del passato.
Però un paradosso, in un mercato tra i più innovativi e in crescita del nostro ecosistema produttivo, e delle startup innovative in particolare, c’è. Ed è quello proprio di tutto il mondo startup italiano, certificato da decine di report negli ultimi anni. Un settore come quello della moda circolare, capace di attrarre negli ultimi tre anni oltre 800 milioni di euro, non riesce ancora ad affrontare la sfida della scalabilità. Sebbene l’eccellenza nel riciclo meccanico sia consolidata, il passaggio alla produzione industriale su larga scala di materiali bio-based e il riciclo chimico dei misti sintetici sono le frontiere che l’Italia deve presidiare per mantenere una leadership globale che la vede avere sul proprio territorio il 53% delle piattaforme UE di moda sostenibile (resale, repair, rental).
I dati aggiornati a gennaio 2026 relativi ai round di investimento e al panorama del Venture Capital (VC) riflettono perfettamente gli squilibri dell’intero ecosistema startup nazionale. Il Regno Unito continua a dominare i round legati alle piattaforme di rivendita (es. Depop, Vinted), prendendosi nel 2025 circa il 30% dei capitali europei destinati al “Fashion Tech”, puntando molto sui modelli B2C (Business to Consumer). La Francia, grazie alla legge AGEC (anti-spreco), ha vissuto un’impennata nei round Serie A e B per startup di tracciabilità e passaporto digitale del prodotto, con investimenti medi circa 4 volte superiori a quelli italiani. La Germania, infine, guida gli investimenti in nuovi materiali (biotessili e riciclo chimico) e le startup tedesche tendono a ricevere round più pesanti nelle fasi avanzate grazie a un forte legame con l’industria chimica nazionale.
Eppure, l’Italia ha il maggior numero di startup attive nella filiera “Circular Fashion”, ma i round sono piccoli. Nel 2025, il 70% dei deal italiani è rimasto sotto i 5 milioni di euro: eccelliamo nel riciclo meccanico e nell’upcycling, ma mancano i “mega-round” per scalare a livello internazionale e mentre in Francia e Regno Unito gli investimenti si concentrano su pochi campioni nazionali (scaleup), in Italia il capitale è polverizzato su centinaia di piccole realtà d’eccellenza.
Cambia anche la tipologia di investitore, perché nel Regno Unito e in Germania dominano i fondi VC privati internazionali, mentre in Italia, nel 2025, il ruolo di CDP Venture Capital e dei fondi pubblici/istituzionali è stato ancora fondamentale per coprire il 30-35% dei round early-stage di startup del riuso che sono spesso “laboratori” che collaborano con i grandi brand del lusso, ma preferiscono restare snelle piuttosto che cercare round da 50+ milioni che comporterebbero la perdita del controllo societario. Con il rischio che le nostre startup migliori vengano acquisite nei prossimi anni da gruppi francesi o tedeschi una volta terminata la fase di incubazione.

