Lo studio conferma il passaggio definitivo dalla fase di sperimentazione tecnologica alla scala industriale dell’Intelligenza Artificiale

Si intitola “Leading in the Intelligence Age” il KPMG Global Tech Report 2026, l’indagine che ha coinvolto 2.500 leader tecnologici globali (di cui il 43% nell’area EMEA) e che ha confermato definitivamente un mondo in cui l’AI non è più un accessorio, ma il driver centrale della competitività, vedendo nel 2026 il vero e proprio inizio dell’Era dell’AI Agentica. All’inizio dell’anno, infatti, l’88% delle organizzazioni sta già investendo in agenti digitali autonomi capaci di prendere decisioni ed eseguire task complessi e il 92% ritiene che la gestione di questi agenti rappresenterà la competenza chiave critica del prossimo quinquennio. All’AI si accompagna un investimento deciso sulle tecnologie emergenti soprattutto di calcolo, direttamente collegate, con il 78% dei leader che concorda sulla necessità di assumersi rischi maggiori su Quantum Computing e Artificial General Intelligence (AGI) per non diventare obsoleti.

Tuttavia, esiste ancora una forte discrepanza tra ambizione e realtà: sebbene il 50% dei leader si aspetti di raggiungere la massima maturità tecnologica entro la fine del 2026, oggi solo l’11% ritiene di esserci e, nonostante il 74% delle aziende dichiari che l’AI generi valore, solo il 24% riesce a ottenere un ritorno sull’investimento (ROI) concreto e scalabile su più casi d’uso. Gli “High Performers” (i leader tecnologici) ottengono un ROI di 4.5x, contro una media di settore di appena 2x.

L’agenda 2026 suggerita da KPMG per l’Italia richiede di passare da una pianificazione statica a strategie adattive. Il nostra Paese si trova infatti in una posizione peculiare, con l’integrazione di queste tecnologie che avrà un impatto profondo sul settore Industrial Manufacturing, contesto nel quale l’AI agentica descritta da KPMG potrebbe andare a compensare il declino demografico e la carenza di manodopera qualificata, ma in presenza di un forte rischio di “digital divide” tra le grandi aziende (più vicine all’11% di maturità) e la frammentazione delle PMI, che potrebbero faticare a scalare l’AI oltre i piccoli progetti pilota. Il debito tecnologico è pertanto uno dei principali ostacoli per molte aziende la cui crescita non dipenderà da quanta tecnologia si acquista, ma dalla capacità di coordinare gli investimenti in modo cross-funzionale, eliminando i progetti AI isolati (che riguardano ancora il 34% delle aziende meno performanti). Anche il mercato del lavoro dovrà affrontare un’urgenza formativa il cui impatto dipenderà dalla velocità di upskilling: se il sistema educativo e aziendale non terrà il passo, il Paese rischia di importare soluzioni tecnologiche estere perdendo valore aggiunto locale.