La sesta rimodulazione del PNRR è una ghigliottina per le CER

Nonostante la crescita esponenziale, i fondi PNRR per le CER sono stati più che dimezzati

La rotta della transizione energetica italiana ha subito un brusco rallentamento in seguito alla rimodulazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), un rallentamento della rotta della transizione energetica, in particolar modo per lo sviluppo delle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) nei Comuni con meno di 50.000 abitanti, nonostante i dati in continua crescita del comparto CER in tutto il Paese.

Il ridimensionamento era stato ufficializzato con la sesta proposta di revisione del PNRR inviata dal Governo alla Commissione Europea, ed è stato approvato dal Consiglio Europeo il 27 novembre 2025. Per quanto attiene alle CER, la richiesta di revisione ha riguardato l’Investimento M2C3 (Investimento 1.2), la cui dotazione finanziaria iniziale è stata ridotta in modo significativo dai 2,2 miliardi di euro stanziati originariamente a 795,5 milioni di euro, con un taglio pari a circa il 64% delle risorse iniziali.

Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha motivato questa scelta come un atto di “messa in sicurezza” e di responsabilità, volto a riallineare le risorse al fabbisogno effettivo della misura e, soprattutto, a garantire il rispetto delle stringenti scadenze europee del PNRR, che impongono l’ultimazione dei lavori entro il 30 giugno 2026, la medesima motivazione al rispetto di tempistiche stringenti fornita per il recente Decreto Transizione 5.0, con la sottolineatura che, a causa di ritardi procedurali e dell’arrivo tardivo del quadro normativo, l’intera somma iniziale sarebbe stata difficilmente spendibile e che, in ogni caso, l’obiettivo di potenza installata (fissato a 1,73 GW) è stato raggiunto dalle domande pervenute.

Tuttavia, il valore delle richieste ha rapidamente superato la nuova, esigua, soglia di 795,5 milioni, con l’effetto diretto della creazione di una lista d’attesa (o graduatoria) per la maggior parte dei progetti idonei, iniziative valide dal punto di vista tecnico, ma che rischiano concretamente di non ricevere il contributo a fondo perduto, che era destinato a coprire fino al 40% dell’investimento, con il rischio ulteriore di un blocco quasi totale per l’accesso al credito bancario. Senza la certezza del contributo PNRR, infatti, le banche non dispongono di garanzie sufficienti, in quanto ritengono che né la tariffa incentivante derivante dalla condivisione energetica né il Ritiro Dedicato (RID) costituiscano flussi di ricavo stabili e robusti senza un significativo co-finanziamento iniziale.

La scadenza per le candidature fissata al 30 novembre ha scatenato la critica delle associazioni di settore, che hanno parlato di un “cambio delle regole a partita quasi finita” e di un clima di sfiducia generalizzato, per un danno economico che inevitabilmente impatterà su un’intera filiera pronta a sostenere un volume di progetti atteso di 2,2 miliardi.

Ancora più difficile, infine, la situazione per i piccoli comuni e le aree interne, dove le CER rappresentano spesso l’unica via per contrastare la povertà energetica e promuovere l’autoconsumo: il ridimensionamento dei fondi compromette le reti e i partenariati locali avviati tra amministrazioni, associazioni e cittadini, disperdendo gli sforzi progettuali e rallentando la realizzazione di uno dei pilastri fondamentali per la decentralizzazione e la democrazia energetica del Paese.