L’ecosistema dell’innovazione alla prova dell’exit: tra vitalità e il rischio di un “Company Flight” silenzioso

Il Venture Capital e il Private Equity si confermano motori insostituibili per la crescita delle imprese e delle startup ad alto contenuto tecnologico in Italia, ma quando l’investimento giunge a maturazione ed è tempo di uscire dal capitale il nostro Paese si trova a fare i conti con la mancanza di grandi acquirenti domestici pronti a rilevare le aziende più promettenti, cedendo di fatto il controllo strategico e la proprietà intellettuale a soggetti esteri

Le exit vanno all’estero: è la sintesi della seconda edizione della ricerca “L’attività degli Operatori Finanziari in Italia 2000-2026”, realizzata da Fondazione Praexidia in collaborazione con Banca Investis su dati estratti dalla piattaforma globale PitchBook. Si tratta del fenomeno del “Company Flight”, ovvero la migrazione delle aziende o dei loro asset verso l’estero, e nei prossimi anni delle quasi 2.000 aziende pronte all’exit, 2 su 3 finiranno in mani straniere.

Dai dati aggiornati a maggio 2026, il mercato privato capital è in forte espansione, ha raggiunto 5.725 operazioni di ingresso complessive coinvolgendo 4.697 società italiane e un perimetro di 1.024 fondi con un incremento netto di 63 operatori rispetto alla rilevazione precedente, ma l’elemento più critico per il mondo delle startup e delle imprese innovative risiede nella gestione delle tempistiche di portafoglio. Secondo i parametri del Venture Capital e delle operazioni di Growth Capital/Buyout, l’orizzonte di detenzione standard di una partecipazione oscilla tra i 4 e i 7 anni e il 42% delle aziende in portafoglio nel 2026 ha ricevuto l’ultimo round di finanziamento prima del 2022.

Questo significa che ci troviamo di fronte a una massiccia pipeline di circa 1.985 aziende “mature”, di cui un nucleo considerevole composto da startup tecnologiche e PMI innovative cresciute negli anni del boom dei finanziamenti, che andranno necessariamente incontro a un’operazione di exit nei prossimi 2-3 anni. Nello specifico, nello scenario centrale stimato per il quinquennio 2026-2030, si prevedono circa 800 uscite complessive, con un picco concentrato proprio nel biennio 2026-2027. ed è qui, che manca qualcosa.

Se la fase di attrazione dei capitali infatti funziona, è la fase terminale a evidenziare la fragilità del nostro Paese: dati sulle exit storiche e recenti ci dicono che 2 operazioni su 3 si concludono con la vendita a un compratore estero, con la quota di acquirenti domestici capaci di assorbire le aziende in uscita dai portafogli dei fondi inchiodata al ~35%, sia nelle rilevazioni 2025 sia in quelle aggiornate al 2026. Nonostante l’aumento dei compratori totali censiti, passati da 1.139 a 1.239, la crescita infatti si è distribuita in modo uniforme all’estero, senza alcun riequilibrio a favore della finanza o dell’industria nazionale. E la fragilità è a partire proprio dai fondi nazionali, se il tasso di operatori italiani classificati come “Out of Business” (fuori mercato o inattivi) è drammaticamente alto. Il 21% dei gestori italiani è fuori mercato, una percentuale doppia rispetto alla Francia (12%), agli USA (10%) e ben cinque volte superiore alla Germania (4%). Conseguenza: senza un presidio finanziario domestico forte, solido e di lungo termine, le startup non trovano compratori in Italia e vengono fagocitate all’estero.

Si chiama “Company Flight silenzioso” perché magari non si tratta necessariamente del trasferimento fisico degli uffici o della produzione, che salterebbe subito agli occhi delle statistiche macroeconomiche, ma di una migrazione immateriale, dove l’azienda mantiene la sede legale in Italia, ma la proprietà intellettuale (IP), i brevetti, i laboratori di Ricerca e Sviluppo (R&D) e, soprattutto, i centri decisionali vengono progressivamente assorbiti dalle case madri estere. Che non sono necessariamente i tradizionali acquirenti industriali e finanziari europei o statunitensi.

Lo studio Praexidia segnala infatti una forte ascesa dei Sovereign Wealth Fund (SWF) extra-occidentali provenienti da Golfo e Asia, definiti come il nuovo “vettore silenzioso” dello shopping aziendale. Tra i compratori attivi si contano ormai stabilmente colossi statali come il Silk Road Fund (Cina), la Qatar Investment Authority (QIA), Temasek e GIC (Singapore), oltre ai fondi sovrani di UAE, Kuwait e Bahrain. Nel solo perimetro delle aziende monitorate, la pressione di acquirenti da Paesi geopoliticamente sensibili vede la Cina a quota 13 soggetti, l’India a 6 (+3 sul 2025) e Hong Kong a 5 (+2). Emblematico il caso del noto brand Golden Goose, la cui exit da 2,5 miliardi di euro ha visto l’ingresso simultaneo di ben tre fondi sovrani non occidentali (QIA, Temasek e HSG). Sono Fondi, non industrie, che una volta fatta l’acquisizione “immateriale”, se il prodotto trova mercato sono prontissimi a rivenderlo a player internazionali, che completano così il definitivo passaggio di potere (e magari stavolta anche con il trasferimento della sede legale).

L’unico vero argine normativo a tutela degli asset tecnologici e strategici sarebbe rappresentato dalla disciplina del Golden Power, con le notifiche alla Presidenza del Consiglio letteralmente esplose nell’ultimo decennio, passando da appena 8 nel 2014 a 835 nel 2024, segnando un +10.000%. Tuttavia, lo studio Praexidia chiarisce che il Golden Power agisce su due binari ben distinti: blocca a monte i tentativi di acquisizione ostile o politicamente sensibile nei comparti ultra-critici (come la difesa o i semiconduttori) e, quando l’acquirente estero proviene da aree ammissibili (USA, UE, UAE), l’operazione di exit pur se quasi sempre autorizzata, viene subordinata a rigide prescrizioni (38 casi nel solo 2025) volte a blindare i dati, l’occupazione o l’indipendenza tecnologica. È successo a realtà cruciali per l’infrastruttura digitale e la PA come Namirial, passata sotto il co-investimento dell’americana Bain Capital per 770 milioni di euro con prescrizioni relative alla tutela dei dati (Art. 2). Tuttavia, raramente si assiste a “ritorni a casa” spontanei di asset strategici senza l’attivazione di veti, come accaduto nel settore energetico con il rigassificatore OLT Offshore LNG Toscana, riacquistato dall’italiana Snam dal fondo anglosassone Igneo. È evidente che il passaggio intermedio attraverso l’acquisizione da parte di Fondi, rischia di slegare sempre più il futuro della startup dai possibili vincoli della Golden Power attraverso una futura rivendita nei successivi 4-7 anni.

Infine, un banco di prova molto prossimo c’è, ed è quello rappresentato dalle circa 121 aziende del comparto Spazio/Aerospazio (associate AIPAS) attualmente in portafoglio a Private Equity e prossime all’uscita: se il Venture Capital italiano vuole evitare che le proprie startup di successo si trasformino sistematicamente in centri di costo tecnologici per multinazionali estere, il campo di gioco non può essere unicamente quello del finanziamento della nascita delle nuove imprese. È prioritario ormai creare veicoli finanziari domestici di Growth e di Late Stage strutturati, abbastanza capienti da poter competere nelle fasi di exit e trattenere in Italia i centri decisionali delle tecnologie del futuro.