Il Consiglio europeo che parte oggi dovrà affrontare una crisi energetica epocale mantenendo la rotta della transizione ed evitando soluzioni contingenti di breve respiro

Alla vigilia del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo, l’Europa si trova davanti a un bivio; da una parte, governi come quello italiano che mettono in discussione il sistema ETS, ritenuto responsabile dell’aumento dei costi energetici, dall’altra, un gruppo di otto Paesi tra cui Finlandia, Spagna e Paesi Bassi che rilancia con forza la direzione opposta: rafforzare il sistema di scambio delle quote di emissione per sostenere investimenti e competitività. La spaccatura è evidente: per la premier italiana il costo dell’energia è intrinsecamente legato al sistema ETS, per la ministra Finlandese Sari Multala e per gli altri paesi firmatari un ETS forte è condizione necessaria per guidare gli investimenti e rendere competitiva l’Europa: questo sistema viene addirittura definito come “spina dorsale della politica climatica europea”. Il ragionamento è semplice: quando inquinare costa, le tecnologie pulite diventano più convenienti. Questa dicotomia di pensiero sembra difficile da far convergere in una sintesi e quindi, forse, sarebbe bene affidarsi ai numeri perché spesso la percezione politica non coincide con i dati reali.
Secondo analisi basate su dati della Banca Centrale Europea l’ETS pesa solo per il 6,8% sul prezzo dell’elettricità per le industrie energivore e circa il 3% sulle bollette delle famiglie italiane che sono quelle meno penalizzate d’Europa infatti in Germania il dato si assesta sul 9,5% e nei Paesi Bassi sul 8,5%. Qual è allora il vero driver del prezzo dell’energia? La risposta è il gas fossile, che nel 2026 ha determinato il prezzo all’ingrosso nell’89% delle ore. Interessante è il punto di vista del think tank ECCO (gruppo italiano indipendente che si occupa di politiche per il clima e la transizione energetica), secondo il quale governo dispone già di circa 10 miliardi di euro per agire sul costo dell’energia derivanti da 4 miliardi dal gettito ETS, 4,3 miliardi dall’aumento IVA sul gas e 2,4 miliardi da dividendi energetici.
Appare evidente che queste risorse che potrebbero ridurre gli oneri di sistema e abbassare subito le bollette per cittadini e imprese. La narrazione appare perciò ribaltata: non è l’ETS il problema, ma come vengono usate le risorse generate. È in questo contesto che andrebbe letto il Documento firmato da otto Stati UE che ci dice che un prezzo della CO₂ stabile e prevedibile ha il doppio effetto di ridurre l’incertezza e attirare capitali verso l’energia pulita. Altro aspetto, che in questo periodo storico sta apparendo in modo chiarissimo, è che l’utilizzo di meno combustibili fossili significa anche sicurezza (non solo energetica) liberando gli stati membri dalla dipendenza nei confronti delle risorse energetiche estere ed esponendoli meno alle crisi geopolitiche di questi ultimi anni. Questi punti di vista sono un vero e proprio volano per l’ecosistema dell’innovazione: in un mondo in cui il prezzo dei combustibili fossili sta diventando una variabile, la transizione non è più una scelta etica, ideologica o reputazionale ma è una scelta guidata dal mercato e le imprese che saranno in grado di anticipare queste visioni pagheranno meno cara l’energia nel lungo periodo e saranno quindi più in grado di attrarre capitali.
Alla vigilia del consiglio Europeo, lo scontro non è più politico, ma tra due visioni: una a breve termine che vuole ridurre artificialmente i costi per avere un po’ di respiro e una strutturale e lungo termine, che intende guidare il futuro energetico e geopolitico dell’Europa e che legge la transizione verde non come un costo da evitare, ma come una leva economica da sfruttare. In un’Europa sempre più divisa sul clima, il mercato sembra aver già scelto: la domanda, ormai, non è se l’ETS debba esistere, ma quanto velocemente adattarsi a un’economia in cui inquinare costa e innovare conviene.

