Mentre il software tradizionale attraversa una fase di stabilizzazione, l’attenzione del capitale si è spostata su innovazioni radicate nella scienza pura e nell’ingegneria complessa
È il Deep Tech il vero motore dell’economia globale, con gli Stati Uniti come centro gravitazionale finanziario, mentre l’Italia emerge come un laboratorio di eccellenza, capace di trasformare la ricerca accademica in asset di alto valore strategico. Secondo i dati più recenti del Global Startup Ecosystem Report 2024/2025 e le analisi di Dealroom, gli USA guidano la classifica mondiale per volumi di investimento sul Deep Tech, che rappresenta oggi oltre il 25% del totale del Venture Capital statunitense.
La crescita esponenziale è alimentata da settori chiave come l’intelligenza artificiale di nuova generazione e il calcolo quantistico, ma vede anche un grande ritorno, favorito anche dall’instabilità geopolitica mondiale, di settori specifici come il Defense Tech e, parallelamente, il Climate Tech, che resta una priorità assoluta per i fondi della Silicon Valley, con massicci afflussi di capitale verso la fusione nucleare e le tecnologie di cattura della CO2.
In questo contesto di gigantismo finanziario anche in Italia, secondo i dati dell’EY Venture Capital Barometer 2026, il Deep Tech è ufficialmente il primo settore per valore di investimenti, con una raccolta che ha sfiorato i 413 milioni di euro, superando comparti storicamente forti come l’Health e il Software. Con una particolarità: la vera forza del sistema italiano risiede nella sua eccellenza accademica. Come rilevato dalle ricerche di Pariter Partners, l’Italia si posiziona infatti al secondo posto in Europa, subito dopo la Svizzera, per la densità di aziende nate come spin-off universitari. Sono oltre 1.760 le società spin-off attive che traducono il sapere scientifico in brevetti e soluzioni industriali, particolarmente nei campi della Robotica, del New Space e delle Energie green.
Ma c’è un collo di bottiglia: il cosiddetto gap del Late-Stage. Infatti, come evidenziano gli Osservatori del Politecnico di Milano, sebbene l’Italia sia una fucina eccellente nella fase di nascita delle startup (fase seed), mancano ancora risorse adeguate per sostenere i grandi round di investimento necessari alla scalata globale, rischiando che soluzioni innovative vengano acquisite prematuramente da colossi esteri per mancanza di capitali nazionali di crescita, un rischio in qualche modo mitigato dalla solidità della proprietà intellettuale delle startup italiane e da un protagonismo in mercati fondamentali come quello statunitense, asse strategico che permette alle nostre startup di scalare rapidamente, validando tecnologie nate nei laboratori universitari nazionali all’interno del sistema competitivo della Silicon Valley o dei poli della East Coast, garantendo così una proiezione internazionale che il solo mercato domestico non potrebbe ancora sostenere.

