Rapporto Osservatorio I-Com sulla Cybersicurezza

Imprese italiane sotto pressione tra adempimenti normativi e carenza di competenze

È stato presentato il 2 Dicembre alla Camera dei Deputati il Rapporto dell’Istituto per la Competitività (I-Com) sulla Cybersicurezza, nell’ambito del convegno pubblico annuale dell’Osservatorio I-Com sulla Cybersicurezza dal titolo Verso una cybersicurezza a portata di competitività. Le sfide della sicurezza informatica tra innovazione, semplificazione e nuove regole. Lo studio, curato dal presidente I-Com Stefano da Empoli insieme alla vicepresidente I-Com Silvia Compagnucci e al direttore Area Digitale I-Com Alessandro D’Amato, fornisce una panoramica sulla cybersicurezza in Italia e in Europa, partendo dal rilevamento relativo agli investimenti, dove la maggior parte delle imprese assegna tra il 3-5% del budget IT alla cybersecurity, mentre solo una minima parte ne alloca più del 15%.

L’aumento degli adempimenti previsti dalle normative in materia di cybersicurezza dimostra un impatto sempre più significativo sulla competitività aziendale, con gli investimenti tecnico-organizzativi necessari alla compliance nonché la molteplicità degli oneri burocratici e amministrativi richiesti e alla mancanza di competenze idonee, sia interne che sul mercato del lavoro, seguita dalla moltiplicazione, a volte disorganica, di prescrizioni che impongono adempimenti diversi. L’80% delle aziende ritiene che si debba puntare sulla consapevolezza e sulla formazione del personale in maniera diversificata per ruolo e competenze al fine di migliorare i livelli di sicurezza informatica.

L’aspetto normativo ritorna nei possibili sviluppi della revisione del Cybersecurity Act (CSA): I-Com ha svolto un’analisi sui contributi della consultazione pubblica avviata nel 2024, con la prospettiva di introdurre modifiche entro il 20 gennaio 2026, rilevando come il 76,1% dei partecipanti preferisce un intervento normativo mirato, ossia una modifica del CSA tramite strumenti legislativi, il 48,9% del campione ha mostrato un forte interesse per l’introduzione di misure di semplificazione e il 65,5% ha espresso il rifiuto di fattori non tecnici e, al contrario, un maggiore focus su elementi tecnici verificabili e certificazioni. Indipendentemente dall’adozione di una certificazione, il 74% delle aziende risulta comunque d’accordo sulla spinta alla certificazione da parte delle imprese fornita dagli standard comunitari come gli European Common Criteria-based cybersecurity certification scheme (EUCC).

Due le priorità evidenziate nell’indagine per il miglioramento del quadro di certificazione in Italia: la garanzia che il valore aggiunto dei prodotti o servizi certificati sia sostanzialmente riconosciuto anche attraverso eventuali misure normative (66%) e l’introduzione di agevolazioni fiscali o incentivi a supporto dell’assistenza esterna (60%).

Infine, incoraggianti i segnali dal mondo universitario, sempre più interessato alle tematiche relative alla cybersicurezza, che annovera 807 tra corsi e insegnamenti specifici nell’anno accademico 2025/2026, in aumento del 4% rispetto all’anno precedente, con una distribuzione regionale dell’offerta formativa che vede il più alto concentramento nel Lazio (208 tra corsi e singoli insegnamenti), seguito da Lombardia (120) e Campania (65).

Quanto alla formazione superiore, il 33% dei 147 Istituti Tecnici Superiori (ITS) attivi in Italia offre percorsi legati alla cybersicurezza, con la Lombardia in testa (11 istituti su 25 totali) seguita da Lazio e Marche.