
Contenuto esclusivo StartupNewsItalia. Le startup del continente e i gestori di fondi devono affrontare una sfida colossale: generare ritorni per circa 60 miliardi di dollari entro il prossimo decennio

All’Africa Prosperity Summit 2025 dello scorso mese di novembre, Kola Aina, socio fondatore di Ventures Platform, ha tracciato un quadro netto della situazione: dal 2020, le startup africane hanno raccolto circa 18 miliardi di dollari, a cui si aggiungono 2,3 miliardi di dollari raccolti da fondi con strategie dedicate all’Africa. Considerando che un fondo di Venture Capital (VC) di successo punta solitamente a un ritorno di almeno 3 volte il capitale investito (DPI – Distributed to Paid-In capital), il mercato deve generare tra i 40 e i 60 miliardi di dollari entro il 2035 per essere considerato sostenibile e profittevole.
Il problema di partenza, che porta alla necessità di un simile rientro economico per gli investitori, è nel modello di “crescita a tutti i costi”, secondo il quale molte startup e PMI vengono prezzate come potenziali unicorni, rendendole troppo costose per l’acquisizione da parte di attori locali, ma non abbastanza grandi o sicure per i giganti globali. Da qui le difficoltà delle exit. Durante il summit, Daniel Adeoye di Verod Capital ha individuato un “punto d’equilibrio” tra i 50 e i 100 milioni di dollari dove banche e telco locali possono acquisire startup: superata questa soglia, il pool di acquirenti si restringe drasticamente, creando una trappola di liquidità.
La conclusione è stata che l’attuale ciclo di vita dei fondi VC (solitamente 10 anni) potrebbe non essere adatto alla realtà africana, e che l’ecosistema necessita di misure ulteriori come Fondi a lungo termine, cioè fondi quotati in borsa che non hanno una scadenza fissa per liquidare gli asset, permettendo al capitale di essere “paziente”, Capitali locali e Family Office per il coinvolgimento di investitori domestici e uffici che gestiscono patrimoni familiari che non hanno le scadenze pressanti dei fondi VC e possono attendere che le aziende maturino correttamente e infine seguire il cosiddetto modello India, in cui l’ecosistema è maturato quando gli investitori istituzionali domestici hanno superato quelli stranieri, allineando la valuta degli investimenti con quella dei ricavi.
Non si tratta più solo di raccogliere capitali miliardari, ma di costruire “macchine aziendali” solide, con una governance forte e valutazioni realistiche per rendere il sistema maturo e sfuggire alle crisi di sovravvalutazione, spostandosi dalle acquisizioni estere verso la creazione di un mercato di liquidità locale, capace di assorbire e premiare le innovazioni nate nel continente.

