Venture Capital: USA ed Europa divisi nelle filosofie, vicini nel rendimento

Il mito della Silicon Valley messo in discussione da una imponente ricerca accademica internazionale che riconosce all’Europa una propria maturità, una sua identità e logiche uniche

Si intitola “Practices of European and American Venture Capitalists: homogeneity and heterogeneity at work”, ed è lo studio internazionale che definisce una nuova dimensione tra USA ed Europa per il mondo globale del Venture Capital. Non più sbilanciata a favore del colosso americano, ma estremamente bilanciata, pur nella diversità di approcio.

Coordinato dal Politecnico di Milano (School of Management) insieme alla Audencia Business School in Francia e alla Stockholm School of Economics in Svezia, il lavoro dei ricercatori ha mappato e analizzato le risposte di 611 gestori di fondi appartenenti a 396 società di VC, per una gestione complessiva di un patrimonio superiore ai 130 miliardi di euro. E il dato più sorprendente emerso dalla ricerca scardina molti pregiudizi: nonostante il mercato statunitense sia ben cinque volte più grande di quello europeo in termini di masse gestite, le performance finanziarie finali dei fondi sono straordinariamente simili. A cambiare radicalmente è invece il percorso strategico e operativo che i gestori scelgono di intraprendere per raggiungere questi rendimenti.

Prima differenza, la maggiore: il processo di selezione delle startup, la cosiddetta fase di dealscreening, è impostata nel mercato americano a ritmi folli, con i gestori dei fondi che tendono a intercettare realtà in un raggio estremamente più ampio (e meno qualitativamente selettivo, verrebbe da dire) dell’europeo: per ogni singolo investimento che viene effettivamente concluso, un fondo statunitense valuta mediamente ben 112 opportunità preliminari e si siede a parlare di persona con 28 team di fondatori, mentre in Europa il processo è decisamente più contratto: per ogni operazione portata a termine, si analizzano circa 75 proposte e si incontrano solo 17 team. Risultato: una startup europea incontra molte più barriere iniziali e una probabilità significativamente inferiore di arrivare alla fase di colloquio conoscitivo rispetto alla controparte americana, perché la pre-selezione è molto più rigida e severa “sulla carta” prima di concedere un incontro formale. È uno svantaggio per il founder, ma un vantaggio per l’economicità del sistema, perché evidentemente arrivano ad essere finanziate realtà che presentano progetti e idee immediatamente scalabili e, per i fondi, monetizzabili con rischi più relativi.

Anche perché, in Europa, si premiano soprattutto le doti individuali del singolo founder, dalla sua resilienza personale alla passione e competenza tecnica verticale estremamente profonda, mentre l’approccio americano ragiona in un’ottica di ecosistema e scalabilità collettiva, preferendo valutare la complementarietà del team di co-fondatori e cercando un gruppo affiatato con competenze già bilanciate tra sviluppo tecnologico, vendite e marketing. Logico pertanto che le startup che nel Vecchio Continente arrivano al fatidico “incontro” con i finanziatori, devono farlo con un founder appetibile e dinamico, una risorsa che può diventare, anche in questo caso, un problema.

Con un influsso diretto sulla filosofia attraverso la quale viene individuato il potenziale di successo di un business e se ne analizzano i rischi. Negli Stati Uniti l’analisi finanziaria è guidata da algoritmi e metriche rigorose, l’attenzione è tutta rivolta ai flussi di cassa previsionali e alla pura scalabilità matematica del modello tenendo conto delle dimensioni totali del mercato potenziale e della velocità con cui il prodotto può essere adottato dalla massa. L’obiettivo finale è quello di individuare modelli di business dirompenti a livello globale, accettando di buon grado un rischio di fallimento totale più elevato pur di intercettare il futuro “unicorno”.

In Europa, invece, la valutazione è più prudente, concentrata sulla redditività di lungo periodo e sulla protezione dal rischio di fallimento della società, del mercato si analizzano maggiormente le barriere all’entrata e le dinamiche competitive locali e si cerca di capire come la startup potrebbe difendersi dai concorrenti. E poi c’è la presenza (totalmente assente negli USA) delle Istituzioni: i fondi europei mostrano un’attenzione decisamente maggiore verso i criteri ESG, l’impatto ambientale e la sostenibilità sul territorio, elementi decisamente secondari nelle valutazioni d’oltreoceano.

L’ultimo grande divario tracciato dallo studio riguarda la cosiddetta syndication, ovvero la pratica di unire più fondi per finanziare insieme una startup, diffusa su entrambe le sponde dell’Atlantico, ma con differenti motivazioni. Negli Stati Uniti si co-investe essenzialmente per ragioni finanziarie e di gestione del portafoglio perché i ticket d’investimento richiesti dalle startup americane sono enormi, in Europa la nascita di un sindacato di investitori risponde invece a logiche industriali e strategiche, per scambiarsi network geografici e istituzionali che facilitino l’espansione della startup al di fuori del proprio paese d’origine.

Eppure, i rendimenti finanziari sono molto vicini, tanto da far crede che entrambi i modelli funzionino proprio perché adeguati al contesto economico e istituzionale in cui si trovano a operare: l’Europa ha sviluppato un proprio modello di Venture Capital resiliente, efficiente e perfettamente adattato al contesto continentale, strutturato sicuramente su masse di capitale inferiori, ma in grado di muoversi su di un tessuto più frammentato rispetto agli Stati Uniti, con una rigorosa disciplina nella selezione iniziale che permette una gestione oculata dei rischi. Il mercato americano corre, investe e aumenta ancora la velocità di corsa perché ha davanti a sé ampie praterie in cui la competizione è selvaggia e impostata sui grandi, infiniti numeri di un’economia forse al limite, cui si deve rispondere con una rete ampia, amplissima, che intercetti qualsiasi idea possa far pensare di essere, in un prossimo futuro, fruttuosa. Finché dura…